Marco Vannini, 10 anni dopo: lo sparo, le bugie al 118 e la verità che non verrà mai fuori
Marco Vannini, 10 anni dopo la sua morte, il caso che ha scosso Roma. Bugie, ritardi e una verità mai detta.
Dieci anni dopo la morte di Marco Vannini, la verità sull’episodio che ha scosso Roma rimane avvolta nel mistero. Il 18 maggio 2015, alle 3 del mattino, Marco, un ragazzo di 20 anni, è morto durante un volo disperato dell’eliambulanza verso il Policlinico Gemelli di Roma. L’incidente si è verificato in una villetta in Via Alcide De Gasperi a Ladispoli, dove la famiglia Ciontoli, composta da Antonio, Maria Pezzillo, Federico e Viola Giorgini, ha cercato di nascondere la gravità del fatto. I genitori di Marco, Valerio Vannini e Manina Conte, continuano a sperare in una verità completa, ma affermano: «Non sapremo mai cosa è successo veramente». La famiglia di Marco, che il 7 aprile di quest’anno avrebbe compiuto 30 anni, ha espresso la loro disperazione e il loro dolore, sottolineando che la colpa non è solo di Antonio Ciontoli, ma di una serie di bugie e ritardi che hanno contribuito al dramma.
Le bugie al 118 e il ritardo dei soccorsi
La notte del 17 maggio 2015, alle 23.41, la prima chiamata al 118 è stata fatta da Federico Ciontoli, il figlio di Antonio. «C’è un ragazzo che si è sentito male, è diventato bianco e non respira più», ha detto. Tuttavia, Maria Pezzillo, la moglie, ha annullato la chiamata, affermando che il ragazzo si era ripreso. Dopo 24 minuti, Antonio Ciontoli ha richiamato il 118, ma questa volta ha fornito una versione diversa: «Il ragazzo si è ferito con un pettine a punta, grida perché si è messo paura». Solo all’una del mattino i carabinieri sono stati informati dell’accaduto. L’ambulanza è arrivata a casa, ma solo allora Antonio ha spiegato al medico di turno che il ragazzo era stato ferito con una pistola. «Ma non lo dica a nessuno, rischio di perdere il lavoro», ha detto. L’eliambulanza è partita, ma ormai era troppo tardi. Marco è morto durante il trasporto, alle 3 del mattino.
La famiglia Ciontoli ha cercato di nascondere la gravità del fatto, ma i soccorsi sono arrivati troppo tardi. Marco, gravemente ferito, è rimasto in casa per oltre tre ore prima di ricevere assistenza medica, un ritardo che ha aggravato la sua condizione. La famiglia ha cercato di minimizzare l’incidente, ma i fatti hanno dimostrato il contrario.
Il processo e le condanne
Secondo la ricostruzione processuale, Antonio Ciontoli, ex maresciallo dei Carabinieri, ha esploso accidentalmente il colpo di pistola, ma la famiglia ha cercato di nascondere la gravità del fatto. Nel 2019, Antonio è stato condannato a 14 anni di reclusione per omicidio volontario, ma in appello la condanna è stata ridotta a omicidio colposo con una pena di 5 anni. La sentenza ha suscitato indignazione, portando a nuovi ricorsi. Nel 2021, la Cassazione ha annullato la sentenza di appello e ha disposto un nuovo processo, ribadendo che la condotta di Antonio doveva essere considerata un omicidio volontario. La famiglia Ciontoli ha scelto di non agire per evitare le conseguenze del loro gesto.
La Cassazione ha confermato la condanna a 14 anni per Antonio Ciontoli, ma i figli e la moglie sono stati condannati a pena ridotta. La famiglia di Marco, Valerio Vannini e Manina Conte, continua a sperare in una verità completa, ma afferma che la colpa non è solo di Antonio Ciontoli. «I ragazzi che erano in casa quella sera continueranno a ribadire che la colpa è solo del papà, che loro erano giovani e si sono fidati di lui», dicono i genitori. Tuttavia, i genitori di Marco non credono in questa versione. «Non sapremo mai cosa è successo veramente», dicono, esprimendo il loro dolore e la loro disperazione. La verità, per loro, rimane un mistero che non verrà mai risolto.
