Femminicidio Giulia Tramontano, la Corte esclude la premeditazione di Impagnatiello

La Corte d’Appello di Milano conferma ergastolo per Impagnatiello, esclude premeditazione nel femminicidio di Giulia Tramontano.

Femminicidio Giulia Tramontano, la Corte esclude la premeditazione di Impagnatiello
Femminicidio Giulia Tramontano, la Corte esclude la premeditazione di Impagnatiello

Il 27 maggio 2023, Alessandro Impagnatiello, ex barman, ha ucciso con 37 coltellate la compagna Giulia Tramontano, incinta al settimo mese. La Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato l’ergastolo per l’imputato, ma ha escluso l’aggravante della premeditazione. La decisione, resa pubblica il 3 settembre 2025, si basa su una valutazione dettagliata delle prove e del contesto del delitto. La Corte ha ritenuto che non esistano elementi sufficienti a retrodatare l’intenzione di uccidere Giulia Tramontano rispetto al giorno in cui l’ha ferita.

Il momento cruciale del 27 maggio

Secondo le motivazioni della sentenza, il momento decisivo si colloca nel pomeriggio del 27 maggio, quando Giulia Tramontano decide di affrontare Impagnatiello davanti ai colleghi al bar dove lui lavorava. Un testimone ha ricostruito l’episodio: la donna gli ha detto: «Io sono davanti al tuo lavoro che credo che da oggi non lo sarà più». L’imputato, nel tentativo di arginare l’umiliazione, ha risposto: «Avvisami quando stai per arrivare, avvisami». Tra il rientro a casa dell’imputato alle 17 e l’arrivo di Giulia alle 19, la Corte ha ritenuto maturasse l’intenzione di ucciderla.

Due ore vengono considerate «un intervallo troppo breve per soddisfare il requisito cronologico» della premeditazione. La Corte ha chiarito che, se non esiste un periodo sufficientemente lungo per pianificare un atto criminale, non si può parlare di premeditazione. Non un raptus, ma nemmeno un disegno preordinato a lungo: i giudici parlano di dolo di proposito, una decisione meditata e mantenuta per un breve lasso di tempo.

Il veleno e l’intenzione di abortire

Un elemento cruciale nella sentenza riguarda gli avvelenamenti con topicida somministrati da Impagnatiello a Giulia nei mesi precedenti. Il primo grado aveva interpretato questi gesti come indizi di premeditazione, ma la Corte d’Appello ha ribaltato questa interpretazione. Secondo le motivazioni, l’avvelenamento aveva l’obiettivo di interrompere la gravidanza, non di uccidere la donna. «L’obiettivo era l’aborto del feto e non l’omicidio della madre», si legge nel documento.

Per l’imputato, il feto era percepito come un «problema per la sua carriera, per la sua vita». La Corte ha chiarito che, se il veleno non era finalizzato a sopprimere Giulia, non era possibile retrodatare l’intento omicidiario. Neppure le manovre compiute nell’attesa di Giulia – spostare un tappeto, creare spazio tra i mobili – sono state considerate rilevanti. È irrilevante conoscere quali azioni siano state compiute in quelle due ore di attesa: l’essenziale è ciò che avveniva nella mente dell’imputato.

La Corte ha sottolineato che l’imputato ebbe modo di scegliere arma, luogo e modalità, agendo «di sorpresa» e impedendo a Giulia Tramontano ogni difesa. La famiglia Tramontano ha reagito con amarezza: «L’ha avvelenata per sei mesi, poi l’ha uccisa. Per lo Stato non è premeditazione», ha protestato la sorella Chiara. I giudici, però, hanno ribadito che il diritto penale non può prescindere dalle prove. In questo caso, la sequenza degli eventi non consente di parlare di un piano omicida coltivato da mesi, ma di una decisione scattata nelle ultime ore prima del delitto.