Khalilur Rahman, nuovo presidente ONU: “Non siamo più nel ’45, dobbiamo cambiare”
Khalilur Rahman, nuovo presidente Onu, annuncia un cambiamento necessario per l’organizzazione internazionale.

Un inizio di mandato con un messaggio chiave
Khalilur Rahman, ministro degli Esteri del Bangladesh, ha iniziato oggi la sua presidenza dell’81esima sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite con un messaggio forte: “Questo non è il 1945. Il mondo è andato avanti. Anche l’Organizzazione deve andare avanti”. Il nuovo presidente ha raccogliendo il testimone dalla tedesca Annalena Baerbock, ha sottolineato che la ricostruzione della fiducia verso l’ONU è la priorità del suo mandato. La sua visione si basa su un’idea di multilateralismo rinnovato, in grado di rispondere alle sfide del presente e del futuro. “Il multilateralismo dell’ONU viene messo alla prova in modi che non abbiamo mai visto prima”, ha detto Rahman nel suo primo incontro con i giornalisti dopo il giuramento. La fiducia è in deficit e l’ONU deve intraprendere riforme più profonde.
Un’ONU più aperta e inclusiva
Rahman ha ribadito che l’Organizzazione non deve essere vista solo come un’entità degli Stati membri, ma come un’istituzione che include tutti i popoli, compresi quelli senza uno Stato o senza una voce propria. “We the peoples” non significa solo “noi i popoli”, ma anche “noi tutti”, ha sottolineato, richiamando le prime parole della Carta delle Nazioni Unite. Il nuovo presidente ha promosso l’idea di “unlocking the UN”, ovvero aprire l’ONU alle voci della società civile, dei media, delle università e delle imprese. Questo approccio, ha spiegato, è necessario per rafforzare la credibilità dell’Organizzazione e per farla diventare più efficace nel risolvere i problemi globali.
La partecipazione delle comunità non governative è un elemento chiave per il successo dell’ONU. Rahman ha anche sottolineato che la sua presidenza si basa su una visione di dialogo e collaborazione, non solo di negoziazione. “Non sono così ingenuo da pensare che tutto possa essere risolto rapidamente e amichevolmente”, ha riconosciuto. Alcune questioni resteranno irrisolte e altre richiederanno tempo, “ma questo non deve impedirci di cercare un terreno comune ovunque sia possibile”. La sua presidenza, ha assicurato, resterà completamente fedele alla Carta delle Nazioni Unite.
Tra i dossier più delicati che attraverseranno la sua presidenza ci sarà la scelta del successore di Guterres. Alla domanda se il prossimo Segretario Generale debba essere finalmente una donna, Rahman non si è sbilanciato: la Carta, ha ricordato, stabilisce che il Consiglio di Sicurezza raccomandi un candidato e che l’Assemblea Generale lo nomini. Ha però promesso di lavorare strettamente con gli Stati membri e con le presidenze del Consiglio affinché si arrivi “a un nome il prima possibile”, garantendo una transizione efficace e senza vuoti nella leadership dell’Organizzazione. La transizione del Segretario Generale deve essere un processo trasparente e collaborativo.
Rahman, eletto il 2 giugno con 99 voti contro i 91 del candidato di Cipro Andreas Kakouris, ha una lunga esperienza diplomatica e all’interno delle Nazioni Unite. Prima di diventare ministro degli Esteri, era stato consigliere per la sicurezza nazionale e Alto rappresentante per la questione Rohingya. Durante la sua presidenza, il dossier dei Rohingya resterà un tema centrale, con l’obiettivo di garantire una voce più forte per i popoli senza Stato. “Abbiamo portato la loro voce alle Nazioni Unite. Continuerò a farlo”, ha detto, riferendosi alla visita del Segretario Generale Antonio Guterres nei campi di rifugiati.
La voce dei Rohingya deve essere riconosciuta e protetta nell’ambito delle Nazioni Unite. La sua doppia veste di ministro degli Esteri e presidente dell’Assemblea Generale rappresenta una particolarità. Lo ha confermato lui stesso durante lo stakeout quando, a un giornalista che gli chiedeva della politica estera di Dhaka, ha risposto di non voler affrontare questioni nazionali nella sua nuova veste: “Non sono qui nella mia capacità nazionale”. Poi ha precisato: “Sono ancora il ministro degli Esteri. Vi parlerò separatamente”. Una doppia veste particolare per chi ha appena promesso di essere “il presidente di tutti i Paesi”, indipendentemente da chi lo abbia votato. Rahman ha comunque tracciato oggi una netta distinzione tra le due funzioni, chiedendo ai giornalisti di rivolgersi a lui, quando si trova all’ONU, nella sua capacità di presidente dell’Assemblea Generale. Il sito ufficiale del governo del Bangladesh continua al momento a indicarlo come ministro degli Esteri. La sua presidenza, quindi, si svolgerà con una doppia identità, ma con una chiara separazione tra le due funzioni.
