Sport e militarizzazione: il rischio di un controllo del pensiero critico
L’addestramento militare si fonde con lo sport, rischiando di trasformarlo in un mezzo di disciplinamento del pensiero.

Lo sport, una pratica sociale e culturale, si avvicina sempre di più al mondo militare, rischiando di perdere la sua dimensione laica e universale. L’accordo tra la Fipav (Federazione Italiana Pallavolo) e lo Stato Maggiore dell’Esercito segna un ulteriore passo in questa direzione, aprendo dibattiti su come lo sport possa diventare un mezzo di controllo del pensiero critico. L’obiettivo dichiarato del protocollo è la formazione del soldato, richiamando doti simili a quelle dell’agonismo: coraggio, impegno e spirito di sacrificio. Tuttavia, il rischio è chiaro: lo sport, che dovrebbe essere un diritto tutelato, potrebbe trasformarsi in un strumento di disciplinamento.
Un modello che si espande
Non è la prima volta che istituzioni militari e sportive collaborano. Il rugby, ad esempio, ha visto l’Esercito coinvolto in sessioni di team building presso unità specialistiche e in ambienti montani, con la guida delle Truppe Alpine. Questo modello si è esteso anche al ciclismo e al triathlon, con tentativi di doppio tesseramento tra club e gruppi sportivi militari. L’obiettivo, apparentemente, è di non spezzare la filiera civile, lasciando l’atleta legato alla società in cui è cresciuto. Tuttavia, il risultato è un’incorporazione di valori militari nell’ambito sportivo, con conseguenze non trascurabili.
Un’alternativa non sufficiente
La collaborazione tra Esercito e federazioni sportive è spesso giustificata come un supporto alle società sportive, soprattutto in assenza di strutture e risorse sufficienti. Tuttavia, questa collaborazione ha portato a un’emergenza: i talenti vengono catturati dai gruppi militari, spesso a scapito delle società civili. Nelle ultime edizioni olimpiche, quasi tutte le medaglie sono state vinte da atleti appartenenti a gruppi sportivi militari o corpi civili dello Stato, con eccezioni limitate a discipline come il ciclismo. Questo modello, seppur utile per alcuni atleti, ha ridotto la capacità di attrazione delle società sportive e ha creato un circolo vizioso.
La Fipav, con l’accordo con l’Esercito, sembra portare un carico ancora più pesante. L’obiettivo non è solo la formazione degli atleti, ma anche la normalizzazione di un modello in cui lo sport diventa un mezzo per abituare le persone a stare dentro le gerarchie militari. Questo rischio è particolarmente grave per uno sport come la pallavolo, uno dei più praticati in Italia, che potrebbe diventare un veicolo per la promozione di valori bellici.
Un’alternativa da considerare
La militarizzazione dello sport non è solo un fenomeno italiano, ma un trend globale. Tuttavia, il rischio di un controllo del pensiero critico è particolarmente alto in contesti in cui lo sport è visto come un mezzo per la formazione del soldato. La presenza militare nei contesti civili, come scuole e stadi, erode gradualmente la resistenza culturale al bellicismo. La Fipav, con la sua collaborazione con l’Esercito, potrebbe contribuire a questa evoluzione, trasformando lo sport in un’arma di soft power.
Se lo sport deve restare un mezzo per la formazione di cittadini liberi, è necessario trovare alternative che non si basino su modelli militari. La formazione del soldato non deve essere l’unica via per lo sviluppo di doti simili a quelle dell’agonismo. Lo sport deve rimanere un diritto universale, non un mezzo di controllo. La questione non è solo politica, ma anche etica: lo sport deve essere un luogo di libertà, non di obbedienza.
