Vestirsi per sparire: la moda anti-sorveglianza si fa strada nel dibattito sulla privacy
La moda anti-sorveglianza si diffonde, nascondendo il volto da algoritmi di riconoscimento. Un nuovo trend in Europa.

La moda anti-sorveglianza, un fenomeno che nasconde il volto da algoritmi di riconoscimento, sta prendendo piede in un contesto di crescente preoccupazione per la privacy. Con sistemi di videosorveglianza sempre più invasivi, alcuni designer, tra cui un marchio italiano, hanno iniziato a chiedersi se un vestito possa diventare uno strumento di autodifesa. Il loro valore, piuttosto, è quello di offrire una forma di protezione aggiuntiva e, soprattutto, di riportare al centro del dibattito pubblico il tema della privacy nell’era dell’intelligenza artificiale.
Un’alternativa alla sorveglianza di massa
Sta infatti emergendo una nuova categoria di capi progettati per mettere in difficoltà gli algoritmi di computer vision: maglie, pantaloni e cappotti che utilizzano pattern, geometrie e stampe pensati per confondere i sistemi di riconoscimento facciale e di rilevamento delle persone. Questi capi di moda anti-sorveglianza, attraverso grafiche speciali, alterano la percezione dell’algoritmo, oppure modificano la silhouette apparente del corpo o sfruttano elementi riflettenti per rendere più complessa l’identificazione. La questione riguarda tutti. In un’intervista al Guardian, il cofondatore Nick Tidball ha osservato che il sentimento contrario alla sorveglianza è ormai così diffuso che basterebbe una celebrità a indossare uno di questi capi durante un evento di grande richiamo perché la tendenza decolli. In Europa il dibattito è diventato così acceso da spingere l’Unione Europea, con l’AI Act, a introdurre forti limiti all’uso del riconoscimento biometrico negli spazi pubblici.
La moda diventa un mezzo di resistenza. La nuova «resistenza» contro la videosorveglianza in questo scenario, la tutela della privacy potrebbe trasformarsi nella prossima frontiera della moda. La tendenza sta iniziando a diffondersi. Su Etsy sono già in vendita magliette, felpe e scaldacollo che utilizzano glitch camo (camouflage digitale), pattern ispirati ai QR code o stampe che «moltiplicano» i volti, soluzioni pensate per confondere gli algoritmi e spesso adottate anche durante le manifestazioni per rendere più difficile l’identificazione dei manifestanti.
Un dibattito che va oltre la privacy
Ma c’è anche chi sta portando questo concetto nella moda di tutti i giorni. È il caso di Vollebak, marchio tedesco noto per l’approccio sperimentale e l’impiego di materiali non convenzionali, come grafene e aerogel, che ha inserito in catalogo capi progettati per mettere in crisi i sistemi di computer vision. Lo stesso Daniel Preuß, fondatore di Urban Privacy, sottolinea che nessun indumento può garantire l’invisibilità ai moderni sistemi di sorveglianza. Il loro valore, piuttosto, è quello di offrire una forma di protezione aggiuntiva e, soprattutto, di riportare al centro del dibattito pubblico il tema della privacy nell’era dell’intelligenza artificiale.
Un movimento che si espande. Tra i protagonisti di questo movimento c’è anche l’Italia con Cap_able, il marchio fondato dalla designer Rachele Didero nata come spin-off del Politecnico di Milano. Quando ha iniziato, nel 2018, ha raccontato che la gente pensava che stesse disegnando passamontagna per rapinatori di banche. Oggi lo scenario si è ribaltato radicalmente: le nuove generazioni guardano con crescente diffidenza all’intelligenza artificiale e considerano la tutela della privacy una questione sempre più rilevante.
Chi indossa questi capi oggi, osserva la designer, appartiene ancora ad una nicchia di pionieri ma il mercato sta recuperando rapidamente terreno, anche grazie ai grandi marchi che hanno intuito il potenziale commerciale dell’adversarial fashion. Le sue collezioni utilizzano pattern sviluppati per mettere in difficoltà gli algoritmi di riconoscimento delle immagini, ma l’obiettivo va oltre l’aspetto tecnologico. «Nel nostro caso, i capi non sono pensati per essere neutrali: sono progettati per comunicare, per rendere visibile un problema e per attivare una reazione: il capo diventa un medium, uno spazio di espressione e posizionamento», spiega la designer in una recente intervista.
