Cagliari, un intervento di protesi d’anca su misura restituisce autonomia a un paziente

Un intervento all’avanguardia all’ospedale Brotzu di Cagliari utilizza la stampa 3D per una protesi personalizzata, restituendo mobilità a un paziente.

Un paziente riceve una protesi d'anca personalizzata stampata in 3D all’ospedale Brotzu di Cagliari, restituendogli autonomia
Un paziente riceve una protesi d’anca personalizzata stampata in 3D all’ospedale Brotzu di Cagliari, restituendogli autonomia

Un intervento di revisione protesica d’anca all’avanguardia ha restituito mobilità e autonomia a un paziente di 63 anni, grazie all’impianto di una componente acetabolare completamente personalizzata, progettata con tecnologia di stampa 3D. L’intervento è stato eseguito all’ospedale Brotzu di Cagliari, struttura di Ortopedia e Traumatologia dell’Arnas Brotzu, diretta da Giuseppe Dessì. L’esperienza, resa pubblica solo dopo la conferma dell’efficacia clinica, rappresenta un passo avanti nella chirurgia ortopedica ad alta complessità.

Un caso clinico complesso richiede una soluzione su misura

Il paziente, con una storia clinica particolarmente complessa, aveva subìto un primo impianto di protesi totale d’anca sinistra in Francia nel 1985 e, successivamente, nel 2000, un intervento di revisione per il fallimento della protesi. Con il trascorrere degli anni, il progressivo allentamento dell’impianto per mobilizzazione asettica aveva determinato una gravissima perdita di sostanza ossea del bacino, fino a provocare un importante difetto acetabolare. Una condizione che rendeva inutilizzabili le tradizionali protesi di revisione disponibili in commercio e imponeva una soluzione completamente personalizzata.

Collaborazione tra chirurghi e bioingegneri per un intervento di alto livello

La pianificazione dell’intervento è stata supportata da un approfondito studio clinico e radiologico, con l’obiettivo di sviluppare un impianto acetabolare “Custom Made”, basato sulle caratteristiche anatomiche del paziente. L’equipe ha collaborato con Permedica, azienda italiana specializzata nello sviluppo di dispositivi ortopedici ad alta tecnologia, per realizzare un impianto in lega di titanio mediante tecnologia additiva (3D Printing), caratterizzato da una superficie altamente osteointegrativa. La realizzazione di un modello tridimensionale in scala reale del bacino e dell’impianto ha permesso di simulare preventivamente l’intervento e definire con precisione il posizionamento delle viti di fissaggio. Il percorso riabilitativo ha consentito al paziente di recuperare progressivamente la funzionalità dell’arto operato, tornando a svolgere autonomamente le normali attività quotidiane. Una condizione che negli ultimi anni era stata fortemente compromessa dalla progressiva perdita della funzione articolare. L’intervento, eseguito il 6 giugno all’Ospedale San Michele, ha visto la collaborazione tra chirurghi e bioingegneri, con un lavoro di squadra che ha reso possibile un risultato di alto livello.

La tecnologia del 3D Printing sta ormai consolidando il proprio ruolo nella chirurgia ortopedica.

«Questo caso dimostra come oggi sia possibile gestire livelli di complessità estremamente elevati grazie alla crescita delle competenze professionali e alla stretta collaborazione multidisciplinare», commenta Giuseppe Dessì, direttore della struttura di Ortopedia e Traumatologia. «Ringrazio Permedica per il supporto, interamente italiano, che ha consentito di sviluppare una soluzione su misura. Il percorso progettuale è stato lungo e articolato: chirurghi e bioingegneri hanno lavorato insieme in diverse fasi, fino alla realizzazione di una replica tridimensionale del difetto osseo e dell’impianto, utilizzata come vera e propria simulazione preoperatoria. Un passaggio che ha reso più sicuro e preciso il lavoro in sala operatoria.»

Un risultato che nasce dal lavoro di squadra e dall’investimento nelle competenze.

«È un risultato che nasce dal lavoro di squadra, dall’investimento continuo nelle competenze e dalla collaborazione tra professionalità diverse, unite da un unico obiettivo: offrire ai pazienti le migliori opportunità di cura», aggiunge il direttore generale dell’Anas Brotzu, Maurizio Marcias. «Abbiamo scelto di raccontare questa esperienza solo dopo averne verificato l’efficacia clinica, perché crediamo che la migliore comunicazione sia quella fondata sui risultati e vogliamo trasmettere fiducia e speranza a chi affronta percorsi di cura complessi.»