La Polinesia francese si oppone all’estrazione mineraria dai fondali marini

La Polinesia francese si oppone all’estrazione mineraria dai fondali marini, temendo impatti ambientali e economici.

Autorità polinesiane protestano contro l'estrazione mineraria nei fondali marini vicini alle loro acque
Autorità polinesiane protestano contro l’estrazione mineraria nei fondali marini vicini alle loro acque

La Polinesia francese si batte per fermare l’estrazione mineraria dai fondali marini, temendo i danni ambientali e l’impatto sull’economia locale. Una startup statunitense, American Deep Sea Minerals, ha richiesto i permessi per esplorare 25 milioni di acri di acque internazionali vicino alle sue coste, nonostante le autorità locali non siano state consultate. La questione si inserisce in una crescente corsa globale per sfruttare i metalli ricchi di fondali marini, come nichel, cobalto e manganese, richiesti per la transizione energetica e l’industria elettronica. La Polinesia, che nel 2022 ha vietato l’estrazione mineraria all’interno delle sue acque territoriali, si oppone a questa attività, sottolineando i rischi per gli ecosistemi e per la popolazione.

Un’azione non consultata

Le autorità polinesiane hanno ricevuto una mail informando sui progetti esplorativi della startup, ma non hanno ricevuto risposte alle richieste di chiarimenti. Grist Moetai Brotherson, presidente della Polinesia, ha espresso preoccupazione per l’assenza di consultazione con le autorità locali e la società civile. La Polinesia, che nel 2025 ha istituito la più grande area marina protetta al mondo, ha già adottato una legge per vietare l’estrazione mineraria all’interno delle sue acque. La questione non è isolata: diversi paesi, tra cui Spagna, Germania e Brasile, hanno espresso preoccupazioni simili.

La Polinesia francese ha già lanciato allarmi su questa questione, sottolineando che l’attività sarebbe stata consentita solo se si fosse passati sul suo cadavere. La battaglia delle autorità locali non è destinata a fermarsi: se la startup USA dovesse ottenere i permessi, verrà richiesta una valutazione ambientale approfondita e il coinvolgimento in consultazioni ufficiali. La Polinesia, con la sua vasta area marina protetta, rappresenta un esempio di tutela ambientale, ma si trova al centro di una disputa globale tra sviluppo economico e conservazione dei fondali marini.

Un’accelerazione statunitense

Nel 2025, il presidente statunitense Donald Trump ha firmato un ordine esecutivo per aggirare i paletti dell’Autorità internazionale dei fondali marini, creata dall’ONU. Questo ha permesso a società come The Metals Company di ottenere permessi per l’estrazione mineraria, con previsioni di commercializzazione per il 2027. La Polinesia, tuttavia, sostiene che l’estrazione mineraria comporti rischi significativi per gli ecosistemi marini e per le attività economiche locali, come la pesca. La sua posizione si basa su un diritto internazionale che riconosce il diritto dei popoli indigeni a proteggere i loro territori.

La Polinesia, con la sua storia di tutela ambientale e la sua posizione geografica, si trova al centro di una battaglia globale tra sviluppo e conservazione. La sua opposizione non è solo un atto di difesa, ma anche una richiesta di rispetto per i diritti dei popoli indigeni e per la protezione dei fondali marini. La questione del sea mining rimane un tema delicato, con rischi ambientali e economici significativi. La Polinesia, con la sua legge del 2022 e la sua area marina protetta, rappresenta un esempio di come i territori possano essere protetti da attività estrattive dannose.

  • La Polinesia ha vietato l’estrazione mineraria all’interno delle sue acque territoriali.
  • La startup statunitense American Deep Sea Minerals ha richiesto permessi per esplorare fondali marini vicini alle sue coste.
  • Il presidente statunitense ha firmato un ordine per aggirare i paletti internazionali.
  • La Polinesia ha istituito la più grande area marina protetta al mondo.

La Polinesia francese si batte per salvaguardare i fondali marini, nonostante la crescente domanda di metalli ricchi da parte di settori industriali. La sua posizione si basa su un diritto internazionale che riconosce il diritto dei popoli indigeni a proteggere i loro territori. La battaglia non è solo un atto di difesa ambientale, ma anche una richiesta di rispetto per la cultura e la tradizione delle comunità locali.