Femminicidi: il dolore e la solitudine delle famiglie, «bisogna agire prima e con più forza»

Le famiglie vittime di femminicidi denunciano mancanza di supporto istituzionale e chiedono interventi più decisi per prevenire violenze.

Le famiglie vittime di femminicidi vivono un dolore profondo e una solitudine che non si può descrivere in poche parole. Tra le vittime, Giulia Cecchettin, Tania Terrin e Vanessa Ballan, le loro storie raccontano una realtà drammatica: la mancanza di supporto istituzionale, la difficoltà a ricostruire una vita dopo la perdita e la necessità di agire prima che i casi si ripetano. «Tante cose non vengono valutate da chi ci governa», dice una delle vittime, sottolineando come le istituzioni non siano sempre in grado di rispondere alle esigenze di chi resta. La violenza di genere, purtroppo, non si ferma mai, e ogni nuovo caso riapre le ferite di chi ha già sofferto.

La sofferenza quotidiana e la mancanza di aiuto

Valentina Belvisi, madre di due figli, racconta come la sua vita sia cambiata dopo l’uccisione della madre, avvenuta il 15 gennaio 2017 a Milano. «Mia mamma è stata ammazzata con 30 coltellate», ricorda, «e mio padre ha chiamato la polizia dopo essere uscito per gettare via l’arma, comprarsi un pasticcino e giocare a un gratta e vinci». La violenza non era un episodio isolato, ma un’abitudine che si era insinuata nella vita della donna. «In realtà c’erano stati 30 anni di violenza fisica e verbale, lei non era padrona dei suoi soldi, non poteva truccarsi per andare a lavoro e nemmeno usare i social». Dopo il delitto, il vuoto istituzionale è stato totale: «Mi sono dovuta arrangiare», dice Valentina, «i colleghi di mia madre hanno pagato il funerale facendo una colletta: era la terza dipendente dell’Inps a dover subire una fine simile. Mi sono trasferita a Thiene perché era il primo posto disponibile dove potevo continuare a lavorare».

Valentina ha deciso di trasformare l’odio in azione: «Ho deciso di trasformare l’odio che ho dentro in qualcosa di concreto per aiutare i bambini orfani e le donne che ci chiedono aiuto». Oggi è ambasciatrice dell’associazione Edela, che opera a tutela e sostegno degli orfani di femminicidi. La sua esperienza non è unica: Marco Sancandi, 63 anni, vive a Mogliano in provincia di Treviso e racconta come la morte della madre, avvenuta quando aveva 23 anni, lo abbia cambiato radicalmente. «La mia vita è diventata confusa, incerta e insicura per molto tempo – racconta – mi hanno salvato gli amici che mi hanno proposto di andare da uno psicologo». All’epoca dei fatti mancava qualsiasi tutela, ma oggi ci sono leggi che danno la possibilità alle famiglie affidatarie di accedere a fondi per la cura dei ragazzi. «Ma serve fare di più», dice Marco, «è necessario un supporto psicologico di lunga durata, perché la ricostruzione dopo uno choc e un dolore così violento necessita di tempo».

La lotta per la giustizia e la prevenzione

La stessa sofferenza si ripete con Daniele Mondello, che ha seguito la morte di Lidija Miljkovic, uccisa a Vicenza l’8 giugno 2022 dall’ex marito Zlatan Vasiljevic. «L’ho salutata alle 8.30 e alle 9.30 è stata uccisa», racconta. «Se succede un incidente te ne fai una ragione, ma una cosa del genere non si può tollerare. Mi sono trovato da un momento all’altro a seguire i suoi figli senza avere il tempo di capire e senza ricevere nessun supporto». Ogni nuovo femminicidio riapre la ferita: «Seguo tutti i casi e l’idea è che, come sempre, bisogna fare le cose prima». Con il caso di Ferragosto, dove un uomo era ancora libero nonostante avesse denunciato, Daniele si sente di nuovo colpito: «Ogni volta mi scende la lacrima, per chi resta e per quello che dovranno subire».

Le famiglie vittime di femminicidi chiedono un intervento più deciso, una prevenzione più efficace e un supporto istituzionale più concreto. «Bisogna agire prima e con più forza», dice una delle vittime, sottolineando come la mancanza di azione possa portare a nuovi drammi. La violenza di genere non è solo un problema individuale, ma una sfida collettiva che richiede una risposta comune e determinata. La solitudine, il dolore e la rabbia sono sentimenti condivisi, ma solo con un impegno concreto si può sperare in un futuro diverso.

La mancanza di supporto istituzionale è un problema reale e concreto.

La prevenzione non può attendere, deve essere immediata e efficace.