L’intelligenza artificiale non è necessariamente il nostro nemico

L’IA non è un nemico, ma un’evoluzione che richiede attenzione e riflessione.

L’intelligenza artificiale non è necessariamente il nostro nemico. Questo è il tema che emerge da un dibattito in crescita, che va oltre le semplici previsioni e si concentra su ciò che l’uomo sceglie di fare oggi. La domanda, un tempo confinata alla fantascienza, oggi attraversa con insistenza il dibattito pubblico. Non solo per voce dei suoi detrattori, ma anche da chi costruisce il futuro dell’IA. Dagli stessi laboratori nei quali si costruisce il futuro dell’IA arrivano appelli alla prudenza, avvertimenti e richieste di rallentare. La tecnologia non ha bisogno di ribellarsi per modificare una società: può bastare affidarle, poco alla volta, una parte delle nostre decisioni.

Un rischio concreto, ma non una certezza

La sicurezza dei dati, l’automazione del lavoro, la concentrazione del potere, la manipolazione dell’informazione, la progressiva delega delle nostre decisioni appartengono già al presente. Non si tratta di scenari futuri, ma di realtà che si fanno strada nel quotidiano. Eppure, non si può ignorare il rischio che si accompagna a questa evoluzione. A riaccendere l’attenzione è stato Jacob Coxon, ricercatore di Anthropic, già attivo in OpenAI, che ha lasciato l’azienda denunciando la corsa verso sistemi sempre più autonomi e capaci di auto-migliorarsi. Coxon ha riferito che alcuni sviluppatori ritengono possibile che l’IA possa arrivare a uccidere l’intera umanità entro la fine del decennio. Una dichiarazione estrema ma pur sempre una previsione.

Una previsione, per quanto autorevole sia chi la formula, non diventa per questo una certezza. Dopo le dichiarazioni di Coxon, Dario Amodei, amministratore delegato di Anthropic, ha chiesto di rallentare lo sviluppo dei modelli più avanzati. Non di fermarlo, ma di accompagnarlo con maggiori garanzie di sicurezza e valutazioni indipendenti. Sam Altman ha manifestato apertura alla necessità di dare un ritmo allo sviluppo, mentre Elon Musk ha sostenuto la posizione di Amodei. Una cautela motivata da problemi che sono già concreti: sicurezza informatica, uso improprio dei sistemi, impatto sul lavoro, concentrazione del potere tecnologico, autonomia crescente degli agenti artificiali.

La tecnologia entra nella quotidianità

Intanto, però, il futuro meno cinematografico è già qui. L’IA entra nelle nostre abitudini, nei servizi, nel lavoro e perfino negli acquisti. Al Mastercard Innovation Forum si è parlato di “agentic commerce”: sistemi capaci di cercare e confrontare prodotti e, entro determinate regole, arrivare a concludere acquisti e pagamenti. Secondo una ricerca commissionata dalla stessa Mastercard, nove italiani su dieci avrebbero utilizzato strumenti di IA negli ultimi sei mesi e il 70% li avrebbe impiegati anche per gli acquisti. Sono dati da leggere con cautela, ma raccontano una trasformazione già in corso.

Ed è a questo punto che la domanda cambia. Non più soltanto: se un giorno la macchina decidesse di distruggerci, ma quanto siamo disposti a delegarle, già oggi, parte delle nostre scelte. Perché una tecnologia non ha bisogno di ribellarsi per modificare una società. Può bastare affidarle, poco alla volta, una parte delle nostre decisioni: cosa comprare, cosa leggere, quale informazione ritenere attendibile, quale candidato selezionare, quali contenuti mostrare a milioni di persone.

Il punto non è soltanto ciò che una macchina sarà capace di fare, è ciò che l’uomo sceglierà di continuare a fare. Pensare, dubitare, scegliere, assumersi la responsabilità delle proprie decisioni: in questa prospettiva acquista particolare interesse la riflessione di Vittorio Gallese, neuroscienziato tra gli scopritori dei neuroni specchio e autore de Il sé digitale. Nell’intervista pubblicata da Il Giornale dell’Arte, la tecnologia non viene consegnata né all’entusiasmo ingenuo né alla nostalgia. Al centro c’è il rapporto tra l’essere umano e un ambiente ormai ibrido, nel quale esperienza analogica e digitale si intrecciano.