Diplomazia religiosa: ponti tra fratture e conflitti
Il cardinale Koovakad sottolinea l’importanza della diplomazia religiosa per creare collegamenti in contesti di conflitto.
Il cardinale George Jacob Koovakad, prefetto del Dicastero per il dialogo interreligioso, ha sottolineato come la diplomazia religiosa sia un’arma potente per costruire ponti in contesti di frattura e conflitto. A margine del convegno “Religioni e Diplomazia”, organizzato per il 30mo anniversario dell’Associazione internazionale Carità Politica e conclusosi il 30 settembre, il porporato ha ribadito che la diplomazia religiosa non si limita al rapporto tra Stati, ma apre all’incontro tra persone, culture e religioni diverse. “Senza dialogo – ha osservato – non è possibile trovare, per mezzo dell’amore, la strada della pace”.
Dialogo interreligioso come strumento di pace
Secondo Koovakad, la diplomazia religiosa ha una vocazione relazionale che si distingue per la sua capacità di superare le barriere. “Non dispone di leve coercitive, non dispiega forza militare, non ha territorio da difendere”, ha spiegato, ma possiede un “soft power in grado di orientare i comportamenti senza costrizione”. Questa caratteristica, ha sottolineato, rende la diplomazia religiosa un’importante risorsa per il lavoro diplomatico, in quanto si basa su un’ampiezza di orizzonte culturale che la colloca al di fuori di ogni blocco geopolitico.
Un’esperienza concreta in Senegal
Il cardinale ha citato un caso virtuoso in Senegal, presso l’Università Cheikh Anta Diop di Dakar, dove è stata creata una cattedra di ricerca in diplomazia religiosa. Il progetto, portato avanti congiuntamente da cattolici e musulmani, rappresenta un esempio concreto di come la collaborazione tra religioni possa contribuire al dialogo e alla pace. “Il dialogo – ha concluso – è marturia, martirio: chi vuole costruire la pace deve essere in grado di diventare un martire del dialogo”.
Il porporato ha anche ricordato la continuità della diplomazia pontificia, evidenziata in encicliche come Fratelli Tutti di Papa Francesco e Magnifica humanitas di Papa Leone XIV. Queste opere, ha sottolineato, hanno rafforzato l’idea di una diplomazia che punta alla “conversione dei cuori” e alla creazione di una “civiltà dell’amore”. Inoltre, ha richiamato l’appello “mai più la guerra” di Papa Paolo VI e la Giornata mondiale di preghiera per la pace, promossa da Papa Giovanni Paolo II, come esempi di una tradizione che si è mantenuta nel tempo.
Nonostante i progressi, il cardinale ha rilevato che il percorso del dialogo interreligioso sembra depotenziato da nazionalismi e guerre, come quelle nel cuore dell’Europa e in Medio Oriente. “Mentre proprio esso deve essere portavoce di una diplomazia della carità in grado di mettere in dialogo le religioni a partire dagli esseri umani e dai loro diritti inalienabili”, ha affermato. Per questo motivo, ha sottolineato l’importanza di investire nella formazione accademica sulla diplomazia religiosa, in modo da creare operatori in grado di promuovere il dialogo e la pace. Al convegno hanno partecipato anche ambasciatori di Russia e Giappone presso la Santa Sede, come Ivan Soltanovsky e Koji Abe, e il rettore magnifico della Pontificia Università Lateranense, arcivescovo Alfonso Vincenzo Amarante. La discussione ha visto l’interesse di rappresentanti di diversi Paesi e religioni, con un focus su come la diplomazia religiosa possa contribuire a un mondo più cooperativo e pacifico.
- Il cardinale Koovakad ha sottolineato l’importanza della diplomazia religiosa per creare ponti tra culture e religioni.
- Un caso concreto è stato citato in Senegal, dove è stata creata una cattedra di ricerca in diplomazia religiosa.
- La diplomazia religiosa ha una vocazione relazionale che si distingue per la sua capacità di superare le barriere.
La diplomazia religiosa, come ha ribadito il cardinale, non è solo un’attività istituzionale, ma un’esperienza che tocca le convinzioni più profonde e che richiede un impegno costante. “Occorre coltivare un dialogo che tocchi le convinzioni più profonde, senza cadere in un sincretismo che ne annulli le differenze”, ha concluso Koovakad, sottolineando l’importanza di un approccio che rispetti le diversità e promuova la pace attraverso il dialogo.
