Federalismo fiscale in crisi: Regioni e Comuni si oppongono al modello di 7,6 miliardi
Regioni e Comuni bocciano riforma federalismo fiscale, scontro con Governo su 7,6 miliardi di risorse.

Il dibattito sul federalismo fiscale si intensifica in Italia, con Regioni e Comuni che si oppongono al modello proposto dal Governo, che punta a approvare il decreto entro agosto. Lo scontro riguarda i 7,6 miliardi di risorse previsti per il sistema di compartecipazione Irpef, con gli enti locali che contestano il modello “a costo zero” e la mancanza di dinamicità. Il tema dell’autonomia finanziaria e della redistribuzione delle risorse è al centro del dibattito, con critiche su un’ipotesi di riforma che, secondo gli enti locali, non rispetta i principi del federalismo.
Il modello “a costo zero” e la mancanza di dinamicità
Il governo ha definito il modello di compartecipazione Irpef come una “quadratura del cerchio” volta a coniugare autonomia finanziaria e equilibrio di bilancio, senza aumentare la pressione fiscale complessiva. Secondo i modelli federalisti teorici, gli enti territoriali non dovrebbero più dipendere da trasferimenti gerarchici dal centro, ma «compartecipare» direttamente alle entrate erariali. Tuttavia, il decreto introduce una variante definita “a costo zero”: agli enti vengono assegnate quote di Irpef di valore pari ai trasferimenti che vengono contestualmente cancellati. Questo valore assoluto viene predefinito e fissato nel tempo, una scelta dettata dalla necessità di non gravare sui conti pubblici statali.
Il sistema non permette alle Regioni di crescere in proporzione all’aumento dell’Irpef.
Le Regioni e i Comuni sostengono che il modello non rispetti i principi del federalismo, poiché non prevede compartecipazioni «dinamiche», ovvero quote che possano crescere in proporzione all’aumento dell’imponibile Irpef nel tempo. Senza questo meccanismo, gli enti territoriali sostengono che la riforma non sia altro che un «arretramento sostanziale». Nel documento approvato dalle Regioni, si legge che le nuove compartecipazioni, così concepite, finirebbero per configurarsi come «meri trasferimenti statali «mascherati»», privando il federalismo della sua anima propulsiva.
Le fratture politiche e la mancanza di accordi
Il rifiuto espresso in Conferenza Unificata non è stato solo tecnico, ma ha assunto una chiara connotazione politica. Le Regioni si sono divise: mentre le amministrazioni di centrodestra hanno dato parere favorevole, il fronte del “no” è stato guidato da Campania, Emilia-Romagna, Puglia, Toscana e Sardegna. Questa spaccatura ha impedito il raggiungimento dell’unanimità necessaria per l’intesa. Oltre alla questione della dinamicità, le Regioni lamentano un «metodo di lavoro molto critico», sottolineando come il testo sia stato cambiato due volte nell’arco di una sola settimana dopo oltre un anno di silenzio.
Le Regioni temono che il modello non rispetti l’autonomia finanziaria e di programmazione.
Le Province e i Comuni si sono uniti al coro di proteste, vedendo nell’attuale impostazione una minaccia alla propria autonomia di spesa e di programmazione. I sindaci esprimono particolare preoccupazione per il futuro del fondo trasporti (circa 2,6 miliardi di euro gestiti tramite le Regioni), temendo che il nuovo sistema possa far perdere i vincoli di destinazione di queste risorse. Il governo, però, sembra intenzionato a forzare i tempi per portare a casa un risultato che ha un’alta caratura politica, specialmente per la Lega, che considera il federalismo una propria bandiera identitaria.
Le critiche su numeri, evasione e interoperabilità
Le critiche dei governatori non si limitano ai saldi monetari. Il documento delle Regioni evidenzia come il testo lasci fuori capitoli fondamentali della delega fiscale originaria. Tra questi, spicca la mancata attribuzione ai territori del gettito recuperato dalla lotta all’evasione fiscale sulle compartecipazioni (specialmente sull’IVA). Senza questo incentivo, sostengono gli Enti locali, viene meno uno dei principi cardine del federalismo: la responsabilità dell’ente locale nel monitorare e migliorare la fedeltà fiscale sul proprio territorio.
La mancanza di interoperabilità tra Stato e enti locali è un altro punto di critica.
Inoltre, viene segnalata la mancanza di passi avanti sull’interoperabilità delle banche dati tra Stato ed enti territoriali e sulla partecipazione attiva delle Regioni agli indirizzi di politica fiscale nazionale. Questi elementi, avvertono gli enti locali, sono essenziali per il rispetto dell’articolo 119 della Costituzione, che garantisce l’autonomia di entrata e di spesa. Chi teme che i vincoli di bilancio rimarranno un freno insuperabile vede con scetticismo la promessa del Governo di una rivisitazione della riforma nel 2028.
