La lotta all’Alzheimer si evolve: nuove terapie e strategie di prevenzione

La Giornata mondiale dell’Alzheimer 2026 segna un passo avanti nella ricerca, con nuove terapie e un focus su prevenzione e qualità della vita.

Oggi, 21 settembre, si celebra in tutto il mondo la Giornata mondiale dell’Alzheimer, una ricorrenza che arriva in un momento cruciale per la ricerca: non esiste ancora una cura in grado di fermare la malattia, ma per la prima volta esistono terapie che possono rallentarne la progressione in una parte dei pazienti nelle fasi iniziali. La malattia, che colpisce circa 57 milioni di persone a livello globale, continua a essere una delle principali cause di disabilità e dipendenza nella popolazione anziana, ma la prospettiva sta cambiando. L’obiettivo non è più solo curare, ma intervenire prima, prevenire e migliorare la qualità della vita.

Prevenzione e diagnosi precoce: nuove opportunità

La prevenzione sta diventando un tema centrale nella lotta all’Alzheimer. Secondo le nuove linee guida dell’OMS, fino al 45 per cento del rischio di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su fattori modificabili lungo tutto l’arco della vita. Tra questi, l’attività fisica, il fumo, il consumo di alcol, l’isolamento sociale, l’ipertensione e il diabete giocano un ruolo chiave. L’età rimane il principale fattore di rischio, ma l’Alzheimer non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Questo cambio di prospettiva ha portato a una maggiore attenzione alla salute del cervello fin da giovani.

La diagnosi precoce è un altro aspetto cruciale. I cambiamenti biologici possono precedere di anni la comparsa dei sintomi. È per questo che biomarcatori e test diagnostici stanno diventando una delle aree più importanti della ricerca. L’idea è semplice solo in apparenza: intervenire prima che la perdita di neuroni sia troppo estesa per poter essere modificata.

La ricerca si concentra su meccanismi biologici e non solo sui sintomi.

Le nuove terapie: un passo avanti, ma con limiti

Nel 2026, l’Unione europea ha autorizzato due farmaci, lecanemab e donanemab, che agiscono contro la beta-amiloide, una proteina associata alla malattia. Questi farmaci sono destinati a pazienti con deterioramento cognitivo lieve o demenza lieve, con patologia amiloide confermata e in una popolazione selezionata in base al gene ApoE4. Gli studi hanno dimostrato che possono rallentare il declino cognitivo rispetto al placebo, ma non restituiscono le funzioni cognitive perse. Il prezzo di questa nuova possibilità è una gestione molto più complessa: il trattamento richiede una selezione accurata dei pazienti e controlli con risonanza magnetica durante la terapia. L’EMA ha limitato l’impiego di lecanemab ai pazienti considerati a minor rischio di complicanze. In Italia, tuttavia, questa rivoluzione non si è ancora tradotta nell’accesso attraverso il Servizio sanitario nazionale.

La disponibilità di nuove terapie rimane limitata in alcuni Paesi.

L’AIFA ha confermato la non ammissione alla rimborsabilità di lecanemab e donanemab, ritenendo non raggiunti i requisiti minimi per la rimborsabilità. Questo rappresenta un nodo cruciale per i prossimi anni: quanto deve essere efficace un farmaco per giustificarne i costi e i rischi? E quanto prima deve essere diagnosticato un paziente perché il rallentamento della malattia possa tradursi in un beneficio concreto? La ricerca si trova dunque davanti a una fase nuova, nella quale l’obiettivo non è più semplicemente accompagnare il paziente nel decorso della malattia, ma provare a modificarne la traiettoria. Parallelamente cresce l’importanza della diagnosi precoce. L’Alzheimer non comincia il giorno in cui una persona dimentica un appuntamento o ripete una domanda. I cambiamenti biologici possono precedere di anni la comparsa dei sintomi. È per questo che biomarcatori e test diagnostici stanno diventando una delle aree più importanti della ricerca.

La ricerca sull’Alzheimer, intanto, non si limita agli anticorpi anti-amiloide. Il panorama degli studi clinici è molto più ampio. In occasione della Giornata mondiale, Alzheimer’s Disease International segnala 158 farmaci in 192 studi clinici attualmente in sviluppo. È un dato che racconta bene quanto sia diventata articolata la ricerca: diverse molecole, diversi bersagli biologici, diverse fasi della malattia. Ma la quantità di studi non deve essere confusa con la disponibilità di nuove cure. Un farmaco in sperimentazione è ancora lontano dalla pratica clinica e molti candidati non arriveranno all’approvazione. La vera sfida è capire quali meccanismi siano decisivi nelle diverse fasi della malattia e quali pazienti possano rispondere a ciascun trattamento.

La ricerca si trova dunque davanti a una fase nuova, nella quale l’obiettivo non è più semplicemente accompagnare il paziente nel decorso della malattia, ma provare a modificarne la traiettoria