Norma anti-maranza, Burgio: “Passo indietro, non rispetta l’età dei ragazzi
Don Claudio Burgio, cappellano del Beccaria di Milano, critica la norma sui minori approvata dal governo: “Semplifica un disagio profondo, manca di lungimiranza”.

Don Claudio Burgio, cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria di Milano, ha espresso una critica netta nei confronti della nuova norma sui minori approvata dal governo giovedì 23 luglio. In un’intervista a Radio Vaticana, il sacerdote ha denunciato che il provvedimento rappresenta “un passo indietro” nella giustizia minorile, poiché non tiene adeguatamente conto delle caratteristiche psicologiche e dello sviluppo degli adolescenti coinvolti in reati.
Al centro della posizione di don Burgio vi è una considerazione fondamentale: l’uso di termini come “maranza” e “baby gang” semplifica eccessivamente un fenomeno molto più complesso. Secondo il cappellano, questa operazione linguistica crea ostacoli alla comprensione profonda dei reali problemi affrontati dai ragazzi. “Parlare di maranza, parlare di baby gang significa voler semplificare un fenomeno giovanile di disagio molto profondo”, ha dichiarato, sottolineando come etichette e slogan possano precludere decisioni veramente consapevoli.
L’immaturità adolescenziale e l’educazione mancante
Don Burgio ha illustrato nel dettaglio quale sia la realtà psicologica degli adolescenti sottoposti a procedimenti penali. “I ragazzi a 14, 15, 16 anni, a volte purtroppo anche dopo, sono profondamente incoscienti, ancora immaturi, a volte non riescono a percepire la gravità dei loro reati”, ha spiegato. Questa considerazione non costituisce un’attenuante generica, ma rimanda a una verità neuropsicologica consolidata: lo sviluppo cognitivo ed emotivo degli adolescenti non è ancora completo.
A questa dimensione biologica si aggiunge un aspetto educativo che il cappellano ha messo in rilievo con forza. Molti di questi ragazzi non hanno ricevuto un’educazione fondata su un codice etico e di valori, elemento che avrebbe potuto orientare le loro scelte. L’assenza di questa formazione di base rappresenta una lacuna che non può essere colmata semplicemente con l’introduzione di normative più severe, ma richiede interventi educativi e rieducativi di profondità diversa.
Una giustizia che ignora il contesto
La posizione di don Burgio tocca il cuore di un dibattito più ampio sulla giustizia minorile in Italia. La nuova norma, a suo giudizio, incarna “sempre più una forma di giustizia che in qualche modo non rispetta l’età dei ragazzi e la loro coscienza”. Questa formulazione non è casuale: il cappellano sostiene che una legge consapevole deve necessariamente tenere conto di chi sono effettivamente i soggetti destinatari, con le loro fragilità, il loro stadio evolutivo incompiuto, la loro vulnerabilità.

Il sacerdote osserva inoltre come gli slogan e le etichette impediscono di guardare in profondità nei fenomeni sociali, rendendo più difficile l’adozione di politiche lungimiranti. L’uso reiterato e semplificante del termine “maranza” per descrivere fenomeni di conflittualità giovanile rischia di appiattire la visione e di spingere verso soluzioni che, lungi dal risolvere il problema, potrebbero aggravarlo alimentando l’emarginazione e il risentimento.
L’esperienza diretta di don Burgio al Beccaria, uno dei principali istituti penali minorili italiani, gli consente di formulare considerazioni non basate su astrazioni teoriche, ma su contatti quotidiani con ragazzi coinvolti nel sistema penale. Questa prospettiva privilegiata gli permette di osservare come la severità normativa non corrisponda necessariamente a una diminuzione dei comportamenti problematici, né a un miglioramento delle condizioni di recupero e reinserimento sociale dei minori.
La critica sollevata da don Burgio invita a una riflessione più ampia sugli obiettivi che dovrebbe perseguire la giustizia minorile: se l’intento sia effettivamente quello di rieducare e reinserire i ragazzi nel tessuto sociale, oppure se prevalga una logica meramente punitiva. La sua voce, che emerge da una posizione di osservatore diretto delle dinamiche carcerarie minorili, suggerisce che il cammino scelto dal governo possa allontanarsi piuttosto che avvicinarsi agli obiettivi di una giustizia davvero consapevole dell’età e della condizione psicologica di chi vi è sottoposto.
