Regioni UE meno sviluppate: il minimo garantito dopo il 2027

Il minimo per le regioni meno sviluppate Ue dopo il 2027 rimane garantito, ma le scelte nazionali influenzeranno l’allocazione.

Le regioni meno sviluppate dell’Unione Europea, tra cui la Campania, la Puglia, la Basilicata, la Calabria, la Sicilia, la Sardegna e il Molise, vedranno garantito un minimo di finanziamenti per il periodo 2028-2034. Secondo la Svimez, il minimo riservato a queste regioni è di circa 27 miliardi di euro, un valore che rimane stabilito nonostante le discussioni sul nuovo bilancio europeo. Il dibattito, in corso al Consiglio europeo, non ha raggiunto un accordo, ma la proposta iniziale della Commissione europea prevedeva un fondo di 450 miliardi per la coesione, di cui almeno 218 destinati alle regioni meno sviluppate.

Un minimo garantito, ma scelte nazionali decisive

Il minimo per le regioni meno sviluppate non è un valore fisso, ma un limite inferiore che non può essere superato. Secondo lo schema presentato dalla presidenza irlandese, il minimo non può scendere sotto il 90 per cento della dotazione 2021-2027 né superarne il 112,5 per cento. Per l’Italia, questa soglia corrisponde a circa 27 miliardi, in linea con la stima della Svimez. Tuttavia, il resto del finanziamento dipende dalle scelte nazionali, che dovranno essere definite prima che il regolamento venga chiuso.

Le regioni meno sviluppate non sono escluse dal nuovo piano, ma il loro ruolo dipende da decisioni nazionali.

Il dibattito sul bilancio UE ha visto un’attenzione particolare alle regioni meno sviluppate, con la presidenza irlandese che ha confermato la soglia minima. La proposta della Commissione, del 16 luglio 2025, prevede un solo Piano di partenariato nazionale e regionale per ogni stato, in cui confluiscono coesione, politica agricola comune e altri fondi oggi distinti. La Svimez ha sottolineato l’importanza di un piano che tenga conto delle specificità territoriali e delle capacità amministrative delle regioni.

Il precedente del Pnrr e il monitoraggio territoriale

L’Italia ha già sperimentato un piano nazionale con una quota territoriale scritta in una norma: il decreto legge 77/2021 destina al Mezzogiorno almeno il 40 per cento delle risorse allocabili territorialmente, con relazioni periodiche di verifica. Questo modello ha mostrato come una quota scritta possa essere misurata e rivendicata, ma il vincolo riguarda le assegnazioni. Al 26 febbraio 2026, la spesa rendicontata era al 39,5 per cento nel Mezzogiorno e al 52,7 nel Centro-Nord.

Il divario tra Nord e Sud non dipende solo dalle amministrazioni, ma anche dalla composizione degli interventi.

Il divario non dipende solo dalla capacità delle amministrazioni, ma anche dalla composizione degli interventi. Al Sud, infatti, pesano di più le opere pubbliche, che hanno tempi di realizzazione più lunghi. Per garantire un equilibrio, il nuovo piano dovrà includere un monitoraggio territoriale articolato su assegnazioni, impegni, pagamenti, realizzazioni e risultati, regione per regione. La Svimez ha chiesto «target regionalizzati» e «risultati misurabili», per evitare che il minimo garantito diventi anche il massimo. La trattativa europea fisserà il minimo, ma il resto dipende da scelte nazionali. Un gruppo di regioni del Nord si sta già muovendo con una propria proposta, che potrebbe influenzare l’allocazione delle risorse. La Svimez ha sottolineato l’importanza di una relazione pubblica periodica, con dati aperti, e l’impegno a correggere gli scostamenti nelle riprogrammazioni. Senza queste condizioni, il minimo garantito alle regioni meno sviluppate rischia di diventare anche il massimo.