Saman Abbas, la Cassazione conferma ergastolo per genitori e cugini, 22 anni per lo zio

La Cassazione conferma condanne per genitori e cugini di Saman Abbas, uccisa a Novellara nel 2021. Ergastolo e 22 anni per i parenti.

Saman Abbas, la giovane pachistana uccisa a Novellara il 30 aprile 2021, ha visto confermate le condanne per i suoi cinque parenti, tra cui i genitori e i cugini, da parte della Corte di Cassazione. La sentenza, arrivata dopo che i ricorsi presentati dagli imputati furono rigettati, ha stabilito l’ergastolo per i genitori e i cugini, mentre lo zio paterno è stato condannato a 22 anni di reclusione. L’omicidio fu motivato dall’opposizione della ragazza a un matrimonio forzato e alla sua volontà di vivere una vita indipendente. Il corpo di Saman fu ritrovato un anno e mezzo dopo, sepolto in un casolare vicino alla sua casa.

La premeditazione e i ricorsi presentati

La Cassazione ha rigettato i ricorsi presentati dagli imputati, che avevano contestato la corretta applicazione della legge e delle norme processuali. I ricorsi si concentravano su un aspetto chiave: la premeditazione, aggravante più pesante, che in primo grado era caduta ma in secondo grado aveva contribuito a ribaltare la posizione dei cugini. Secondo le difese, la Corte d’Appello aveva dato per scontato che l’omicidio fosse premeditato, partendo da un concetto sociologico di clan familiare per presumere un’ideazione collettiva, violando il principio della personalità della responsabilità penale.

Un aspetto che accomunava tutti e cinque i ricorsi presentati in Cassazione era la premeditazione, aggravante più pesante. In primo grado, questa era caduta, ma in secondo grado aveva contribuito a ribaltare la posizione dei cugini. Secondo le difese, la Corte d’Appello aveva dato per scontato che l’omicidio fosse premeditato, partendo da un concetto sociologico di clan familiare per presumere un’ideazione collettiva, violando il principio della personalità della responsabilità penale.

Il ruolo del fratello minore e le dichiarazioni finali

Un altro tema al vaglio della Cassazione riguardava il fratello minore di Saman, 16enne all’epoca del delitto. Le sue dichiarazioni finali hanno collocato tutti e cinque i parenti sulla scena del crimine. Per la Corte di primo grado, il ragazzo era da indagare, mentre la Corte d’Appello lo aveva considerato testimone, basandosi sul suo racconto per prendere decisioni. Le difese hanno contestato questa definizione di «testimonianza progressiva», ritenendo che le dichiarazioni fossero il frutto di una «rimodulazione opportunistica del narrato».

La procura, rappresentata dal procuratore generale Marco Dall’Olio, ha sottolineato che l’omicidio fu organizzato nei minimi dettagli, come atto corale e premeditato. Secondo l’accusa, la ragazza fu uccisa per aver rifiutato un matrimonio combinato e per aver intrapreso un percorso di vita considerato incompatibile con le tradizioni familiari. «Saman doveva essere punita: questo è un punto fermo di tutto il processo», ha detto Dall’Olio, sottolineando che la volontà era di impartirle una lezione, non poteva decidere da sola della sua vita.

La sentenza definitiva conferma l’ergastolo per i genitori di Saman Abbas, Shabbar Abbas e Nazia Shaheen, e per i cugini Ijaz Ikram e Noman Ul Haq. Lo zio paterno, Danish Hasnain, è stato condannato a 22 anni di reclusione. L’omicidio, pur avendo radici culturali, ha tradito un ricorso a una violenza estrema e sproporzionata, scelta come unico strumento per «emendare una presunta colpa», un movente considerato turpe e ignobile.