“La sofferenza di mia figlia non ha tempo per essere piangere”, la madre racconta l’incubo della salute mentale in Italia
Una madre racconta l’incubo della salute mentale in Italia: la sofferenza di sua figlia non ha tempo per essere piangere.
Una madre racconta la sua sofferenza quotidiana, accompagnata da una figlia di 21 anni affetta da disturbi psichiatrici. “Non ho tempo nemmeno di piangere per la sofferenza di mia figlia”, dice Paola, una donna che vive un’esperienza drammatica e quotidiana. La sua storia è un esempio di come in Italia le famiglie, e in particolare le madri, si trovino spesso a dover gestire da sole le cure e l’assistenza per i loro figli con disturbi psichiatrici. La situazione è diventata un “incubo” emotivo, esistenziale, economico e sanitario, con conseguenze pesanti per la sua vita personale e professionale.
Un sistema sanitario inadeguato
La rete dei servizi per la salute mentale in Italia è organizzata sotto il Dipartimento di salute mentale (Dsm), che include centri di salute mentale (Csm), strutture residenziali e servizi ospedalieri psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc). Tuttavia, le disparità regionali e la frammentazione dei percorsi di cura rendono difficile l’accesso a cure adeguate. “E’ un paradosso che strutture dedicate alla cura psichiatrica non abbiano tutti i mezzi per gestire casi complessi”, spiega Paola. Le strutture non riescono a fornire una risposta terapeutica adeguata, e spesso si riducono a una forma di “compassione” o “buon cuore” della comunità.
La madre non è un professionista sanitario, ma si sente costretta a prendersi cura della figlia, pur non avendo le competenze o le risorse necessarie.
La situazione di Nadia, la figlia di Paola, si è aggravata durante la pandemia. “Il famigerato 2020, il Covid e il conseguente isolamento hanno amplificato vulnerabilità già esistenti che si sono manifestate per la prima volta con autolesionismo e ideazione suicidaria”, racconta la madre. L’isolamento ha reso più difficile il contatto con il mondo esterno, aumentando l’ansia e la sofferenza della ragazza. “Non riesco più a lavorare, non posso avere una vita normale”, dice Paola, che si sente costretta a rimanere sempre vicino a sua figlia, senza possibilità di uscire o svolgere attività quotidiane.
Una vittimizzazione secondaria
La madre ha anche sperimentato una vittimizzazione secondaria, con psichiatri e psicologi che hanno cercato di scavare nella sua vita privata per trovare la causa della sofferenza di Nadia. “Sono state scandagliate e giudicate le mie scelte in ambito relazionale, sociale, affettivo, lavorativo, per capire se queste abbiano potuto arrecare o meno un trauma psicologico a mia figlia”, spiega. Anche il suo aspetto fisico è stato oggetto di commenti e giudizi. “Sarà per questo forse che sua figlia ha sviluppato un disturbo alimentare?”, si è sentita dire. Questo tipo di attenzione non è mai stata rivolta a una persona con un disturbo fisico o una malattia cronica.
La madre non è una psichiatra, non è una psicologa, non è un’educatrice, non è un’infermiera, ma si sente responsabile della cura della figlia.
Paola spera che la salute mentale diventi un tema politico e che le famiglie non siano più costrette a subire una vittimizzazione secondaria. “La mia prospettiva si è accorciata a un lasso di tempo che, quando va bene, va di settimana in settimana”, dice. La madre non riesce a immaginare un futuro, ma spera che le cure diventino più accessibili e che le famiglie non siano più costrette a gestire da sole la sofferenza di un figlio con disturbi psichiatrici.
