Sovranità digitale europea, esperti: normativa utile ma servono investimenti e innovazione
Antonio Manganelli dell’Università di Siena spiega come l’Ue deve coniugare regolazione e capacità industriale per affrontare le sfide geopolitiche nel settore tecnologico.

L’Unione europea deve affiancare una rigorosa regolazione tecnologica a investimenti strutturali in capacità industriale e ricerca per conquistare autonomia strategica nel digitale. Lo ha sottolineato Antonio Manganelli, dell’Università di Siena e del Centre on Regulation in Europe, durante l’evento “Tecnologia, potere, regole: la nuova partita della sovranità europea”, organizzato da Adnkronos e Open Gate Italia presso Palazzo dell’Informazione a Roma. Secondo l’esperto, la sfida non riguarda soltanto singoli impianti o settori specifici, ma tocca il modello complessivo su cui costruire l’indipendenza tecnologica del continente in un contesto geopolitico complesso e instabile.
Dalla concorrenza alla sovranità: il cambio di rotta dell’Ue
L’Unione europea sta operando una trasformazione profonda nel suo approccio alla tecnologia. Da una regolazione focalizzata su concorrenza e protezione dei consumatori, Bruxelles passa a un intervento che persegue esplicitamente obiettivi di politica industriale: riduzione delle dipendenze esterne, resilienza delle infrastrutture critiche e sovranità digitale. Manganelli ha riconosciuto lo sforzo della Commissione di adeguare la politica industriale europea in questo difficilissimo momento geopolitico, anche se ha precisato che alcuni elementi degli attuali provvedimenti richiedono una mitigazione o una gestione differenziata.
Il cambio di paradigma non è meramente normativo, ma rappresenta una ricalibrazione delle priorità continentali. L’obiettivo centrale resta chiaro: permettere alle reti europee di continuare a innovare, sostenere la crescita economica e rispondere alle nuove minacce geopolitiche e di sicurezza. Tuttavia, come emerge dalle considerazioni degli esperti, raggiungere questo traguardo richiede di affrontare contraddizioni e incoerenze che oggi frenano gli operatori industriali.
Tre pilastri per l’autonomia: regolazione, domanda e capacità
La regolazione da sola non è sufficiente a costruire sovranità. Secondo Manganelli, servono tre elementi complementari: una regolazione ben disegnata, una domanda pubblica robusta e una capacità industriale europea all’altezza della sfida. Questo significa che gli investimenti pubblici e privati devono accompagnare ogni nuovo vincolo normativo, affinché le imprese europee disposte a rispettare standard più elevati non siano penalizzate rispetto a competitor stranieri meno regolati.
Un elemento cruciale riguarda l’interoperabilità dei sistemi e la salvaguardia dei dati. L’approccio normativo deve garantire scelte indipendenti alle imprese europee, senza ingerenze da entità o Stati esteri. Questo aspetto tocca il cuore della sovranità: non si tratta solo di proteggere i dati europei dalle intrusioni esterne, ma di assicurare che le decisioni tecnologiche più importanti rimangono nelle mani di attori europei consapevoli e responsabili.

Chi gestisce i data center, le reti cloud, le infrastrutture di telecomunicazione e i servizi avanzati alle imprese affronta oggi un sistema normativo frammentato e talvolta contraddittorio. Operatori su questi fronti hanno necessità di chiarezza: un quadro coerente che consenta investimenti prevedibili e piani di sviluppo affidabili. Senza questa coerenza, il rischio è che le risorse si disperdano in adeguamenti continui anziché concentrarsi su innovazione e crescita.
Tecnologia al servizio della politica, responsabilità riconoscibile
Un principio trasversale emerso dal dibattito sottolinea che la tecnica deve sostenere le scelte politiche, non guidarle. La responsabilità della decisione deve rimanere visibile e attribuibile, evitando che algoritmi o sistemi automatici si sostituiscano alle scelte umane consapevoli. In un contesto di crescente complessità tecnologica, questa distinzione è fondamentale per mantenere la legittimità democratica delle politiche europee.
Gli esperti hanno insistito sulla necessità di investimenti concreti e di una cultura dell’innovazione diffusa. Occorre sostenere la ricerca, favorire modelli e sistemi sviluppati da imprese europee, e costruire contrappesi industriali europei alle concentrazioni di potere globale. Questo significa anche creare ecosistemi locali di innovazione, supportare startup tecnologiche e garantire che il know-how generato in Europa non emigri verso i principali competitor.
La sfida di fondo è quella di una macchina europea già complessa e lenta, che deve recuperare contatto autentico con la realtà industriale e sociale. Normative sofisticate e equilibrate rimangono necessarie, ma senza l’accompagnamento di investimenti, ricerca applicata e una visione industriale coerente, il rischio è che l’Europa si trovi regolata ma fragile, esposta a dipendenze che la normazione da sola non può sciogliere.
