Tensioni intorno alla base RAF, il conflitto si avvicina
Tensioni intorno alla base RAF, il conflitto si avvicina
La situazione intorno alla base RAF Fairford si sta facendo sempre più complessa. Domenica scorsa, la polizia britannica ha arrestato cinque uomini che si stavano dirigendo verso la base a bordo di tre furgoni, accusati di terrorismo. L’evento ha suscitato reazioni immediate da parte del presidente Donald Trump, che ha definito l’arresto «fantastico» e «un lavoro eccezionale». Gli uomini, noti alle autorità di Washington e Londra, sono ora in custodia e le indagini sono in corso con la collaborazione tra le due nazioni. La stampa britannica ha indicato come «probabile» la pista iraniana, ma non sono state escluse altre ipotesi, come un complotto islamista o un sabotaggio russo.
La guerra si avvicina, la regione è in pericolo
La tensione si è intensificata a causa del cortocircuito geopolitico intorno allo Stretto di Hormuz, un punto strategico per il controllo del petrolio. Le operazioni aeree statunitensi, che mirano a colpire le postazioni missilistiche iraniane, hanno reso la base RAF un bersaglio potenziale. La zona intorno alla base è stata evacuata e circondata da un cordone di polizia, con pattugliamenti costanti. «Il 501st Combat Support Wing e gli altri nostri reparti basati nel Regno Unito restano vigili», ha dichiarato il governo americano. La situazione, però, non è limitata al Golfo: il ministro iraniano degli Esteri, Abbas Araghchi, ha ribadito che la riapertura dello snodo dipende dal rispetto delle condizioni poste agli Stati Uniti, ma da Washington non è ancora arrivata una risposta formale.
Teheran non arretra e attende una risposta formale. Nonostante i tentativi di mediazione, l’Iran non sembra intenzionata a cedere. «Non abbiamo mai chiuso la porta alla diplomazia o ai negoziati, ma allo stesso tempo non rinunceremo ai nostri diritti», ha detto Araghchi, che ha notato come le dichiarazioni di Trump siano state «contraddittorie», alternando parole concilianti e bellicose. L’Iran, attraverso il comandante Amir Hatami, ha anche minacciato di «far colpire tutti» se la regione dovesse diventare insicura. Queste parole, sebbene sembrino minacciose, sono state interpretate come un imperativo di chi ha la certezza di dettare le condizioni.
La diplomazia non basta, l’Iran non si arrende
Le sanzioni sono una strategia per bloccare l’economia iraniana. Intanto, gli emissari del ministro del Tesoro statunitense, Scott Bessent, sono stati inviati in Europa e Asia per implementare una rete di sanzioni che blocchino le operazioni economiche iraniane. L’obiettivo è strozzare l’economia iraniana, limitando il movimento di fondi e operazioni di banche e compagnie aeree. «Su mia istruzione» ha assicurato il segretario, «squadre sono state inviate in tutto il mondo per discutere con i Paesi e chiedere misure contro il regime iraniano». L’unico crollo che si aspetta, forse con ottimismo ingenuo, è quello del prezzo del petrolio: «Scenderà rapidamente non appena la domanda diminuirà, non appena la guerra sarà finita», ha detto Trump.
Trump si è scagliato contro un avversario a cui dimostra più ostilità di quanta ne riservi agli iraniani: «Ricordate una cosa, il petrolio oggi costa meno di quanto costasse durante l’amministrazione Biden». La situazione si complica ulteriormente, con la guerra che sembra sempre più vicina e le tensioni che si fanno sentire in tutta la regione. La base RAF, simbolo di presenza statunitense, è al centro di un conflitto che coinvolge non solo l’Iran, ma anche altri attori geopolitici. La regione, se non si troverà una via d’uscita, potrebbe presto vivere un momento di grave instabilità.
