Zelensky torna da New York con nuovi impegni, ma senza certezze

Zelensky conclude la visita all’Onu senza illusioni, ma con nuovi impegni europei e progressi sulla difesa aerea.

Zelensky torna da New York senza illusioni, ma non a mani vuote. Dopo l’81ª sessione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si è svolta dal 18 al 28 settembre 2026, il presidente ucraino ha portato a casa nuovi impegni europei sulla difesa aerea, finanziamenti e un primo passo verso una tregua energetica. L’Ucraina non ha ottenuto tutte le garanzie che cercava, come la difesa contro i missili balistici o un accordo con Mosca, ma ha visto avanzare la sua agenda. L’obiettivo principale era arrivare a una conclusione giusta della guerra e ottenere il sostegno necessario a mantenere le posizioni sul campo e a negoziare da una posizione di forza.

Un bilancio concreto per l’inverno

La delegazione ucraina ha condotto una vera e propria maratona di incontri con i principali partner europei e con il segretario generale della NATO Mark Rutte per costruire uno scudo di difesa aerea in vista dell’inverno. Zelensky ha indicato un’esigenza precisa: 300 missili intercettori per affrontare i mesi invernali. Una richiesta resa ancora più urgente dagli incessanti attacchi russi con droni e missili balistici contro Kyjiv. Il risultato è stato solo parzialmente positivo. Gli Stati Uniti hanno autorizzato la produzione di missili Patriot con il coinvolgimento di Raytheon, ma non hanno assunto impegni concreti sulla fornitura di ulteriori intercettori. L’Europa, tuttavia, ha contribuito a colmare il divario.

La Francia, la Germania e la Finlandia hanno offerto supporto concreto per la difesa aerea. La Francia ha offerto sistemi SAMP/T e relativi missili, oltre alla collaborazione al programma antiballistico FREYJA; la Germania ha confermato la fornitura di ulteriori missili IRIS-T e un accordo per 600 intercettori Patriot tra il 2027 e il 2028; la Finlandia ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti alla difesa da 290 milioni di euro e un accordo sul Drone Deal; la Norvegia ha finanziato la protezione della rete energetica ucraina; persino la lontana Australia ha firmato un accordo sulla sicurezza da 60 milioni di dollari.

La questione energetica e la guerra globale

La questione energetica ha occupato un ruolo centrale. Gli Stati Uniti sono sempre più preoccupati per l’impatto delle guerre sui prezzi globali dell’energia. Dal punto di vista americano, la questione non riguarda tanto l’Iran quanto la guerra in Europa. Trump aveva già chiesto all’Ucraina di non colpire le raffinerie russe, avvertendo che attacchi di questo tipo avrebbero potuto far aumentare i prezzi globali del diesel. È comunque troppo presto per considerare definitiva la prima risposta russa.

Un canale discreto tra Mosca e Washington ha cercato di aprire nuove vie di dialogo. Parallelamente si è sviluppato un canale più discreto tra Mosca e Washington: l’inviato del Cremlino Kirill Dmitriev è arrivato a New York per svolgere, nel formato informale e riservato dei contatti diplomatici paralleli, il ruolo di interlocutore «costruttivo» rispetto a Lavrov, incontrando a porte chiuse esponenti della cerchia di Trump. Per capire che cosa sia davvero emerso da quelle conversazioni bisognerà aspettare le prossime mosse delle due parti.

In definitiva, per l’Ucraina questa Assemblea non è stata una passerella diplomatica, ma un bilancio molto concreto di ciò che serve prima dell’inverno più difficile. Kyjiv è tornata a casa né a mani vuote né con illusioni. Non ha ottenuto certezze sulla difesa contro i missili balistici, una tabella di marcia precisa per i negoziati o una vera leva di pressione su Mosca. Ma ha fatto progressi sulle licenze per la produzione di missili, ottenuto impegni significativi sulla difesa aerea invernale e nuove promesse di finanziamento europeo. E soprattutto ha portato l’idea della tregua energetica dal terreno delle dichiarazioni a quello di un negoziato reale.