La politica delle “fobie” e il rischio di rigidificare le identità

L’articolo esamina come la politica delle “fobie” possa influenzare le identità sociali e i conflitti, con esempi di Ddl antisemitismo e islamofobia.

La politica delle “fobie” si sta diffondendo come un modo per interpretare e gestire i conflitti sociali, ma rischia di rigidificare le identità e di trasformare dinamiche complesse in categorie semplicistiche. Il dibattito intorno al Ddl antisemitismo e alla mozione contro l’islamofobia approvata nel V Municipio di Roma ha evidenziato una tendenza a scomporre il conflitto in categorie specifiche di ostilità, come antisemitismo, islamofobia, omofobia e transfobia. Questo approccio, pur intenzionato a proteggere gruppi vulnerabili, può generare effetti paradossali, rafforzando la percezione di divisione e di antagonismo. Il problema non è solo nella definizione di tali categorie, ma nel modo in cui l’apparato istituzionale costruito attorno a esse modifica la stessa percezione delle identità sociali.

La politica delle “fobie” e il rischio di rigidificare le identità

La politica delle “fobie” si basa su una logica di categorizzazione, in cui ogni forma di ostilità viene attribuita a una specifica identità o gruppo. Questo approccio, pur intenzionato a proteggere le minoranze, rischia di trasformare le identità in categorie amministrative, rendendole più visibili ma anche più rigide. Il Ddl antisemitismo, approvato dal Senato il 4 marzo e trasmesso alla Camera come C.2830, si basa sulla definizione operativa dell’IHRA, che stabilisce criteri per identificare l’antisemitismo. Tuttavia, l’uso di tali definizioni all’interno delle istituzioni può portare a una semplificazione dei conflitti, riducendoli a questioni di odio o pregiudizio, anziché a dinamiche complesse di potere, interessi e ideologie.

La politica non nasce dalle fobie, ma può crearle.

Il conflitto intorno a Israele, ad esempio, non può essere ridotto semplicemente a un problema di antisemitismo o islamofobia. Il dibattito coinvolge interessi geopolitici, orientamenti ideologici e giudizi storici che non possono essere trascurati. La politica delle “fobie” rischia di trasformare un conflitto complesso in una questione di identità, in cui ogni gruppo viene visto come una vittima o un aggressore. Questo approccio, se non gestito con attenzione, può alimentare una spirale di reazioni reciproche, in cui ogni gruppo si percepisce come minacciato e si organizza intorno a una identità di vittima.

La vittimizzazione come componente dell’identità

Una politica interamente organizzata intorno al riconoscimento dell’offesa può contribuire a fare della vittimizzazione una componente stabile dell’identità collettiva. Se un residente viene continuamente descritto come possibile portatore di «islamofobia» quando contesta trasformazioni del proprio quartiere, può moderare le proprie posizioni oppure reagire alla categoria che gli viene attribuita e radicalizzarle. Le identità si costituiscono anche e soprattutto per opposizione. Una politica che trasforma ogni conflitto in una questione di “fobia” rischia di insegnare a ciascuna identità a riconoscersi innanzitutto attraverso l’ostilità che riceve.

La rigidificazione delle identità non è un effetto casuale.

La teoria delle minacce intergruppo mostra che la percezione di minacce realistiche o simboliche può generare paura, rabbia e discriminazione. Queste reazioni, a loro volta, possono produrre nuove risposte dall’altra parte, alimentando il conflitto. Una politica pubblica concentrata esclusivamente sulla protezione di categorie particolari può quindi incorrere in un paradosso: rafforzare la percezione che la società sia effettivamente costituita da blocchi permanentemente contrapposti. Il giovane che cresce sentendosi spiegare che la sua comunità è oggetto di una specifica ostilità può interiorizzare questa rappresentazione oppure respingerla, diventando più diffidente, più militante o semplicemente ignorando la situazione.

Il rischio è che la politica delle “fobie” non solo non risolva i conflitti, ma li alimenti, creando una spirale di reazioni e di rigidificazione delle identità. La soluzione non sta nel negare le identità, ma nel riconoscere che esse sono fatti politici senza bisogno che lo Stato le trasformi tutte in categorie terapeutiche. Un conflitto sulla composizione di un quartiere è un conflitto urbano e demografico prima di essere una fobia. Un contrasto sui luoghi di culto riguarda norme, spazi e rapporti di forza prima di poter essere ridotto al pregiudizio. Una disputa su Israele è geopolitica e ideologica prima di essere classificata attraverso l’antisemitismo.