La pace si dice con “io” e “noi”: all’ONU il linguaggio politico racconta guerre e speranze

All’Onu, il linguaggio della pace si costruisce attraverso “io” e “noi”, con differenze tra leader e contesti.

La pace si dice con “io” e “noi”: all’ONU, durante l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite, i leader hanno usato parole semplici per raccontare guerre, diplomazia e potere. Dalla frase di Nanni Moretti “Le parole sono importanti” si è sviluppato un dibattito sul linguaggio politico e sul modo in cui i leader descrivono la pace, la guerra e il proprio Paese. Tra i discorsi analizzati, quelli di Mahmoud Abbas, Donald Trump, Zelens’kyj e altri hanno rivelato differenze significative nel vocabolario e nel modo di costruire il concetto di pace.

Il linguaggio della pace e della sicurezza

Il discorso di Trump, il più lungo tra quelli analizzati, ha evidenziato un linguaggio volutamente crudo e diretto. Il presidente degli Stati Uniti ha usato espressioni come “killed, exiled, or detained” per descrivere i cartelli della droga, definendoli “the ISIS of the Western Hemisphere”. Questo approccio ha reso esplicita la relazione tra sicurezza e azione, con la pace vista come risultato della forza e della capacità di agire. Trump ha ripetuto la formula “While others have spoken of peace, I have made peace”, collegando il proprio ruolo a risultati concreti.

La pace non è solo un concetto, ma un’azione.

Al contrario, il discorso di Guterres ha enfatizzato il ruolo del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Il segretario generale ha sottolineato che “la pace è molto più dell’assenza di conflitto”, mettendo al centro il dialogo e la de-escalation. Per lui, la pace si costruisce attraverso il rispetto delle norme e la cooperazione internazionale. Anche Zelens’kyj ha usato un lessico legato alla guerra, con “Russia” che compare 53 volte e “Ukraine” 24, evidenziando la priorità della sicurezza per il Paese.

Le parole e il potere: un linguaggio che definisce

Il linguaggio politico non è solo un mezzo di comunicazione, ma un strumento per definire relazioni, responsabilità e priorità. I termini come “war”, “terrorism”, “threat”, “force” e “enemy” servono a delineare chi è considerato amico o nemico, chi è responsabile e chi deve agire. Questo linguaggio ha un impatto diretto sul modo in cui la pace viene percepita e costruita. Per Abbas, la pace è legata alla soluzione dei due Stati e al diritto internazionale, mentre per Netanyahu è associata alla sicurezza di Israele.

Le parole non sono solo un riflesso della realtà, ma un’azione.

Il confronto tra “io” e “noi” ha rivelato differenze nei modi di costruire il concetto di pace. Trump ha usato la prima persona per rivendicare risultati e azioni, mentre Guterres e Rahman hanno utilizzato l’“io” come voce di una funzione istituzionale. Zelens’kyj, invece, ha usato il “io” per testimoniare una condizione vissuta dal proprio Paese. Il “we”, invece, allarga il campo, indicando il governo, il popolo, lo Stato o la comunità internazionale.

La domanda che rimane: chi fa la pace?

Nonostante le differenze, la parola “peace” è rimasta centrale in tutti i discorsi. Per Guterres è inseparabile dal diritto; per Trump dall’azione e dalla forza; per Zelens’kyj dalla sicurezza dell’Ucraina; per Abbas dalla nascita di uno Stato palestinese; per Netanyahu dalla sicurezza di Israele; per Erdoğan dalla Palestina e dalla riforma del sistema internazionale; per Lula dalla diplomazia; per Rahman dalla capacità dell’ONU di tornare credibile. La domanda che rimane aperta è chi, attraverso quel “io” o quel “noi”, è disposto a costruire la pace. Dire “pace” è facile. Molto più difficile è dire chi, attraverso quel “io” o quel “noi”, è disposto a costruirla.