Il potere delle immagini: come la guerra si racconta

Le fotografie di guerra non solo documentano, ma definiscono chi è vittima e chi combatte.

Bambina con carretto tra le macerie di Gaza, fotografia di guerra che racconta dolore e resistenza
Bambina con carretto tra le macerie di Gaza, fotografia di guerra che racconta dolore e resistenza

La guerra non si limita a eventi e date, ma si costruisce attraverso immagini che decidono chi è vittima, chi combatte e chi vince. In un mondo in fiamme, le fotografie non solo raccontano, ma plasmano la narrazione. In Gaza, dove le macerie si ergono come testimonianza di un conflitto senza fine, le immagini di bambini soli e madri con fagotti bianchi parlano di dolore e resistenza. Mentre Hezbollah, i miliziani libanesi, fondono il lutto con la retorica della resistenza, esibendo corpi e bandiere gialle, la stessa guerra assume facce diverse a seconda di chi la osserva.

Chi sceglie le immagini e per chi?

Le fotografie che attraversano il mondo sono in larghissima parte scattate da reporter palestinesi, che raccontano di case distrutte, famiglie spezzate e bambini feriti. Queste immagini chiedono soprattutto una cosa: guardate. L’annientamento, la morte, la disperazione. Certificano ciò che vorremmo negare. Ci impediscono di voltarci dall’altra parte. Gli scatti arrivano a migliaia attraverso le agenzie internazionali. Belli anche se fanno male. Una donna palestinese con in braccio il suo bambino denutrito, la fotografia di una persona morta non custodisce soltanto una perdita privata, diventa la prova pubblica dell’ingiustizia subita.

Le immagini non si limitano a raccontare la guerra: decidono chi è vittima, chi combatte, chi vince, chi merita di essere guardato. La stessa radice araba avvicina la testimonianza al martirio: shahāda è la testimonianza, shahīd il martire, colui che testimonia. E le composizioni ripropongono di continuo archetipi comprensibili anche in Occidente: la Pietà di una madre col figlio, un corpo nel sudario, la famiglia raccolta attorno al defunto. Non sono necessariamente costruzioni consapevoli, ma il nostro inconscio le riconosce. Ad Hamas fanno gioco, perché rafforzano una narrazione centrata sulla vittima. Alla causa palestinese forse meno. Il rischio è che un intero popolo finisca rappresentato solo come oggetto della storia, mai come soggetto politico.

Le potenze e la guerra tecnologica

Iran e Stati Uniti giocano però una partita diversa. Nelle comunicazioni ufficiali mostrano raramente i propri morti, preferiscono esibire la forza. Le potenze parlano urbi et orbi. Alla città e al mondo comunicano lo stesso concetto: siamo forti, preparati, possiamo colpire ovunque in qualunque momento. Teheran sposta lo sguardo sull’istante prima: droni lucidati, file di missili, lanci simultanei. È il sublime tecnologico, l’individuo scompare davanti alla macchina. Washington sottolinea il momento dopo: riprese termiche, sensori elettro-ottici, mirini, edifici che svaniscono in una nube grigia. La stessa immagine rassicura gli alleati e minaccia i nemici. All’interno promette controllo, all’esterno comunica deterrenza.

La guerra si disumanizza quando si riduce a prestazione tecnologica, ma si rafforza quando si lega al dolore e alla resistenza. E i danni subiti? Pochi fotogrammi strappati ai video dei civili iraniani documentano le città ferite dal fumo nero. Delle basi americane nel Golfo conosciamo le coordinate, ma quasi mai vediamo ciò che accade dentro: operazioni, vittime e distruzioni restano dietro un muro di segretezza e censura. Iran e Stati Uniti disumanizzano la guerra riducendola a prestazione tecnologica. Hezbollah la trasforma in resistenza. Gaza la riporta sui corpi. Tre grammatiche visive: la macchina, il martire, la vittima.

Una bambina con un carretto tra le macerie di Gaza, HEZBOLLAH, DAL LUTTO ALLA RESISTENZA È un pericolo che non intendono correre i miliziani libanesi di Hezbollah, i quali fondono la retorica del sacrificio con quella della resistenza. La bandiera non manca mai, spunta tra pareti bombardate o avvolge bare sospinte da ondate nere. I funerali dominano il racconto visivo. Il rito trasforma il lutto in un atto pubblico, politico. Lacrime e fucili; urla mute: di disperazione e di rabbia. Di vendetta. La matrice culturale è il mito sciita di Karbala: l’uccisione dell’imam Husayn, nipote del profeta Maometto, non è soltanto una tragedia. È il racconto simbolico della minoranza giusta che si ribella a un potere più forte; il rifiuto della sottomissione; la sconfitta militare che diventa una vittoria morale e religiosa.