Il Cremlino usa il linguaggio per manipolare la realtà della guerra in Ucraina
L’uso del linguaggio come strumento di manipolazione da parte del Cremlino e la continua guerra in Ucraina.

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La guerra della Russia contro l’Ucraina non è ancora finita perché è la Russia a continuare a combatterla. Dopo cinque anni di conflitto, il linguaggio del Cremlino continua a usare la retorica come strumento di manipolazione, trasformando l’aggressione in un problema diplomatico e l’autodifesa ucraina in un ostacolo ai negoziati. Questo approccio, descritto da Andrew Chakhoyan, si basa su una strategia che riduce la guerra a una questione di pace, ignorando i fatti e i costi umani. L’uso di frasi come «porre fine alla guerra» suona come un obiettivo moralmente inattaccabile, ma in pratica diventa un modo per premiare l’aggressore e permettergli di continuare a combattere.
Il linguaggio come arma di manipolazione
Il Cremlino ha sviluppato una strategia linguistica che trasforma l’aggressione in un problema diplomatico, riducendo la guerra a una questione di pace. Questo approccio, spesso utilizzato da Mosca, si basa su una serie di false premesse che riducono la sofferenza ucraina a un ostacolo alla diplomazia. L’uso di termini come «interesse di sicurezza» o «guerra in Ucraina» serve a mascherare l’ingresso della Russia nel territorio ucraino e a giustificare l’occupazione. Questa retorica, come ha sottolineato Chakhoyan, è un meccanismo per far apparire l’occupazione russa come una forma di protezione, mentre l’autodifesa ucraina viene presentata come un’azione illegittima.
Un esempio significativo è l’oligarca russo Andrej Melnichenko, i cui impianti di ammoniaca alimentano il complesso militare-industriale russo. L’Economist lo presenta come un semplice «industriale», una scelta lessicale non casuale che serve a ridurre il ruolo dell’oligarca e a mascherare il suo contributo alla guerra. L’articolo firmato da Melnichenko è pieno di «idee nuove», ma i quattro scenari che delinea – umiliazione, vassallaggio, frammentazione e assedio – finiscono per legittimare l’inganno su cui si fonda la sua argomentazione.
La retorica del Cremlino serve a distrarre l’attenzione dai fatti e a giustificare l’aggressione.
La manipolazione dei media e dei commentatori
La manipolazione non si limita al linguaggio ufficiale, ma si estende anche ai media e ai commentatori. L’articolo firmato da Melnichenko è pieno di «idee nuove», ma i quattro scenari che delinea – umiliazione, vassallaggio, frammentazione e assedio – finiscono per legittimare l’inganno su cui si fonda la sua argomentazione. Questo tipo di retorica, come ha sottolineato Chatham House, è una forma di manipolazione che serve a distrarre l’attenzione dai fatti. Un altro esempio è il commentatore Samuel Charap, che ha invocato la diplomazia «per mettere fine a questa guerra sanguinosa e distruttiva». Questo appello all’«azione» finisce paradossalmente per attribuire la guerra alla guerra stessa. Charap sembra ignorare il modo in cui il Cremlino utilizza la diplomazia come uno strumento di guerra, non molto diverso dalla strumentalizzazione dell’energia attraverso Gazprom o dell’informazione attraverso Russia Today.
La diplomazia, se usata male, può diventare un mezzo per giustificare l’aggressione.
La guerra scelta da Mosca, un tentativo di ricolonizzare l’Ucraina, viene così surrettiziamente ridipinta come uno scontro tra «l’Occidente» e la Russia. Non c’è alcun riferimento né alla sofferenza dell’Ucraina, l’unico Paese che versa il proprio sangue per difendere la libertà, né all’autonomia d’azione degli ucraini, incarnata nel coraggio della nazione che, più di ogni altra, resiste alla propria distruzione. Anzi, entrambe vengono cancellate dal discorso.
