La fame colpisce 266 milioni di persone in 47 Paesi: un dramma globale

266 milioni di persone affette da malnutrizione in 47 Paesi: un quadro allarmante della fame globale

La fame colpisce 266 milioni di persone in 47 Paesi del mondo, un dato che emerge dalla seconda edizione della “Mappa delle 10 principali emergenze alimentari globali”, presentata a Milano alla vigilia del World Food Day. La situazione è drammatica, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente, e si concentra soprattutto in contesti di guerra e conflitti, dove la fame non è una minaccia futura ma un tragico presente. La malnutrizione, in particolare, colpisce 30 milioni di bambini, con conseguenze gravi per lo sviluppo fisico e cognitivo. La guerra rimane la principale causa di deprivazione, ma anche gli shock climatici e la distruzione delle infrastrutture alimentari contribuiscono a questa crisi.

La fame come arma di guerra

La guerra è il motore principale della deprivazione alimentare, con conflitti che spesso distruggono l’agricoltura, bloccano i mercati e recidono l’accesso ai beni fondamentali. In contesti come il Sudan e la Striscia di Gaza, la fame non è una minaccia futura ma un problema immediato, che consuma i corpi in diretta. La fame viene utilizzata come arma di guerra, con la distruzione dei sistemi alimentari e delle infrastrutture che diventa una pratica barbara e spietata. Simone Garroni, direttore di Azione Contro la Fame, ha sottolineato che la risoluzione 24-17 dell’ONU, promossa da Azione Contro la Fame nel 2018, vieta l’utilizzo della fame come arma contro i civili, ma purtroppo questa pratica si sta diffondendo in diversi contesti.

Un dramma concentrato in pochi Paesi

La fame non è distribuita in modo uniforme, ma si concentra in pochi Paesi, con 177 milioni di persone – circa i due terzi del totale mondiale – stipate in appena dieci nazioni. Al vertice di questa lista nera figurano Nigeria, Repubblica Democratica del Congo e Sudan. Solo nei primi due si contano 82,9 milioni di persone in crisi, equivalenti al 31,2% del totale globale, una quota in netto aumento rispetto al 28,1% dell’anno precedente. Entra per la prima volta nella Mappa il Sud Sudan con 7,8 milioni di persone in stato di insicurezza alimentare, ma l’assistenza umanitaria non può essere garantita a causa dell’alto tasso di rischio per la vita degli operatori.

“29 operatori, tra cui 5 di Azione Contro la Fame, sono stati uccisi nel Paese nel 2026 – spiega Garroni – ma il dato più eclatante riguarda Gaza dove, negli ultimi 3 anni, 600 operatori umanitari sono stati assassinati mentre tentavano di aiutare chi stava morendo. Per questo chiediamo di proteggere l’accesso umanitario e il diritto internazionale, proteggere i civili, le infrastrutture e applicare la risoluzione 24-17, questo consente di intervenire perché se non si riesce a intervenire non si può fare nulla.”

Un altro elemento fondamentale è il calo dei finanziamenti, che sono ridotti del 59 per cento, comportando minore assistenza e minore vite salvate. Il taglio di USAID avvenuto nel 2025, se procrastinato fino a 2030, rischia di portare 14 milioni di morti in più. Il terzo elemento che chiediamo è quello di orientare non soltanto gli aiuti verso l’emergenza, ma anche verso un approccio più a lungo termine che sia integrato, che includa non soltanto la parte alimentare ma anche la salute, l’acqua e l’igiene, i mezzi di sussistenza.

La mancanza di finanziamenti crea anche dei gap nella raccolta dei dati e nella robustezza della metodologia, con conseguenze gravi per la pianificazione degli aiuti. “Tra l’altro pianificare gli aiuti umanitari internazionali così al buio, con dati parziali, è piuttosto difficile e anche pericoloso. C’è bisogno invece di indirizzare, capire dove sono le situazioni di crisi principali, andare a monitorare territorialmente i contesti su cui intervenire con più emergenza, per esempio quelle di malnutrizione infantile, così come servono dati per investire anche su sistemi di allerta precoce che possano prevenire l’insorgere di crisi.”