Amanda Knox: «Tutte le prove portano a Rudy Guede, non a me»

Amanda Knox torna a parlare dell’omicidio di Meredith Kercher: «Tutte le prove portano a Rudy Guede, non a me»

Amanda Knox: «Tutte le prove portano a Rudy Guede, non a me»
Amanda Knox: «Tutte le prove portano a Rudy Guede, non a me»

Amanda Knox, condannata e definitivamente assolta per l’omicidio di Meredith Kercher, ha parlato in un’intervista alle Iene, sottolineando che «tutte le prove portano a Rudy Guede, l’unico accusato che ha ammesso di aver ucciso la ragazza inglese a Perugia il 1° novembre 2007». La giovane, che ha scontato quasi quattro anni di carcere come Raffaele Sollecito, ha espresso la sua frustrazione per l’immagine distorta che i media italiani hanno costruito intorno a lei, dipingendola come una persona razzista e ossessionata dal sesso. «Non c’è alcuna prova che mi collegi al delitto», ha detto, ribadendo la sua convinzione che la verità sia stata nascosta o manipolata.

Un’esperienza simile a quella di Chico Forti

Knox si rivede in Chico Forti, un imprenditore trentino detenuto da 20 anni in Florida e in attesa di essere estradato in Italia per scontare l’ergastolo per un omicidio per cui si è sempre proclamato innocente. «C’è un pregiudizio su di me come qui, negli Stati Uniti, c’è per Chico. Mi vedo in lui, riconosco quella sofferenza e quella speranza di essere riconosciuto per quello che è», ha detto. L’esperienza di Knox ha trovato un parallelo con quella di Forti, che ha subìto un processo giudiziario simile: interrogatori non registrati, costruzione di casi senza prove e decisioni preconcette.

La giustizia non è mai scontata. «Tutti i sistemi giudiziari oscillano e fanno degli errori», ha sottolineato Knox. «Non si può dare per scontata la giustizia, non è qualcosa che ti viene semplicemente data, anche se te la meriti, ma qualcosa per cui devi lottare». La giovane ha espresso la sua gratitudine per l’onda di solidarietà degli italiani nei confronti di Forti, che le ha ricordato quella che gli americani avevano rivolto a lei. «La giustizia americana ha fatto malissimo a lui», ha detto, sottolineando come in entrambi i casi ci siano state similitudini: interrogatori non registrati, costruzione di casi senza prove e decisioni preconcette.

Non porto rancore, ma non è colpa loro

Knox ha anche ribadito che non porta rancore nei confronti dell’Italia, ma riconosce che gli italiani che continuano a odiarla odiano un’idea di lei che non esiste. «Sono stati messi davanti a una storia falsata, sono stati ingannati, quindi non è colpa loro», ha aggiunto. La sua esperienza, però, le ha insegnato che la giustizia non è mai scontata e che bisogna lottare per ottenere la verità, anche se a volte questa lotta dura per tutta la vita.

La verità resta addosso. «L’assoluzione passa in secondo piano, non se ne parla più tanto e mi trattano come una persona che l’ha fatta franca», ha detto Knox, riferendosi a come la sua storia sia rimasta legata a un’immagine distorta. «L’ingiustizia rimane, e non è solo un problema legale, ma anche sociale e emotivo». La sua voce, però, è piena di speranza: «Sono felice di poter offrire il mio punto di vista per aiutare un italiano», ha concluso, rafforzando il legame tra le sue esperienze e quelle di altri innocenti condannati ingiustamente.