Il concorso di Venezia 2026 non rappresenta il cinema di oggi
Il concorso di Venezia 2026 vede solo una regista su venti, sollevando interrogativi sulla rappresentanza e sulle dinamiche di selezione.

Il concorso di Venezia 2026 ha visto solo una regista su venti, un dato che ha suscitato dibattito e riflessione su come il cinema contemporaneo venga rappresentato e selezionato. La scarsità di opere firmate da donne nel concorso principale ha messo in luce una situazione che, sebbene non sia nuova, continua a suscitare preoccupazioni. L’evento, che si svolge a Venezia il 30 luglio 2026, ha visto un’offerta di film in cui il numero di registe è rimasto basso, nonostante le iniziative di promozione della parità e l’impegno di alcuni festival internazionali. La questione non riguarda solo Venezia, ma si colloca in un contesto più ampio di dibattito su come il cinema si confronti con le dinamiche di genere e rappresentanza.
Un sistema di selezione che non si adatta al presente
La struttura di selezione dei festival, basata su una divisione binaria tra uomini e donne, non riesce a catturare la complessità del cinema contemporaneo. L’analisi dei dati mostra che, su 4.740 titoli presentati, solo il 32,59% è firmato da registe, mentre il 65,29% è a regia maschile. Questa suddivisione, pur intenzionale, non è sufficiente a descrivere la realtà che i festival intendono rappresentare. L’idea di una rappresentanza basata solo sul genere, senza considerare altre dimensioni come classe, razza o orientamento sessuale, risulta limitante e non in grado di catturare la diversità del cinema moderno.
Il problema non riguarda solo la quantità di film firmati da donne, ma anche il loro accesso a risorse e finanziamenti. Le registe, spesso, non hanno le stesse opportunità di accesso ai budget e alle reti di distribuzione che i registi uomini. Questo crea un circolo vizioso in cui i film di registe non raggiungono il livello di qualità necessario per essere selezionati nei concorsi principali. La scarsità di opere di registe non è quindi un problema di talento, ma di condizioni materiali e di accesso al mercato. Questo dato, pur importante, non basta a spiegare l’intero quadro.
Un’alternativa che si fa strada
Sebbene il concorso principale di Venezia 2026 abbia visto un numero ridotto di registe, altre sezioni del festival hanno mostrato un diverso approccio. Le Giornate degli autori, diretta da Gaia Furrer, hanno presentato quattordici titoli su venticinque firmati da donne, con dieci in concorso e una giuria interamente femminile. Questa scelta non è casuale, ma una posizione politica che cerca di riconoscere e valorizzare le opere di registe. Tuttavia, il concorso maggiore, che decide il palmarès e che è ricordato da tutti, resta un’anomalia rispetto al resto del festival. Questo contrasto mette in luce come il sistema di selezione non si adatti al presente, ma rimanga ancorato a schemi tradizionali.
La questione non riguarda solo la quantità di film firmati da donne, ma anche il loro accesso a risorse e finanziamenti. Le registe, spesso, non hanno le stesse opportunità di accesso ai budget e alle reti di distribuzione che i registi uomini. Questo crea un circolo vizioso in cui i film di registe non raggiungono il livello di qualità necessario per essere selezionati nei concorsi principali. La scarsità di opere di registe non è quindi un problema di talento, ma di condizioni materiali e di accesso al mercato. Questo dato, pur importante, non basta a spiegare l’intero quadro.
Il cinema non è solo un mezzo di intrattenimento, ma un’istituzione che definisce cosa conta come cinema rilevante.
Se lo strumento di misurazione è binario, anche la nozione di rappresentanza che ne emerge resta binaria.
