Dove si guadagna di più in Italia: la mappa dei salari regionali
Gli stipendi regionali in Italia: differenze e crescita nel 2025. Dati e analisi del Geography Index 2026.
La crescita degli stipendi in Italia ha registrato un incremento superiore all’inflazione, ma il recupero del potere d’acquisto rimane incompleto. Secondo il Geography Index 2026 dell’Osservatorio JobPricing, la Retribuzione Globale Annua (RGA) media nel 2025 ha raggiunto 33.798 euro, con un aumento del 4,3% rispetto all’anno precedente. La Retribuzione Annua Lorda (RAL) si è attestata a 32.991 euro, con una crescita del 3,6%. Per il secondo anno consecutivo, quindi, gli stipendi hanno registrato una crescita reale, consentendo un parziale recupero del potere d’acquisto delle famiglie.
La classifica degli stipendi regionali
Nel 2025, la Lombardia si conferma la regione con le retribuzioni medie più elevate d’Italia, con una RGA di 36.331 euro. Al secondo posto si trova il Lazio, con 35.222 euro, seguito dalla Liguria, con 34.872 euro. Completano le prime cinque posizioni il Trentino-Alto Adige, con 34.522 euro, e l’Emilia-Romagna, con 34.295 euro. All’estremo opposto della graduatoria si trova la Basilicata, con una RGA media di 27.767 euro. Seguono la Sicilia con 29.482 euro e per ultima la Calabria con 29.146 euro. La classifica conferma la presenza di un divario strutturale tra i diversi mercati del lavoro regionali. Il livello degli stipendi è influenzato da numerosi fattori, tra cui la struttura produttiva, la dimensione delle imprese, la composizione dell’occupazione e la domanda di competenze.
Le province con i salari più alti
A livello provinciale, il primato spetta a Milano, che nel 2025 ha superato la soglia dei 40.000 euro, con una RGA media di 40.055 euro. Al secondo posto si trova Trieste, con 36.919 euro, seguita da Bolzano, con 36.319 euro. Quarta è Roma, con 36.130 euro, mentre Bologna chiude la top five con 35.956 euro. La parte alta della graduatoria è fortemente concentrata nel Nord. Ben 15 province dell’Emilia-Romagna e della Lombardia compaiono infatti nei primi 23 posti. Per trovare la prima provincia del Mezzogiorno bisogna scendere fino al 42° posto, occupato da Cagliari.
In fondo alla classifica si trovano invece Matera, Crotone e Ragusa, che con una RGA media di 26.853 euro è l’ultima provincia per livello retributivo tra quelle analizzate. La differenza tra Nord e Mezzogiorno è marcata: nel 2025 la RGA media nel Nord Italia è stata di 35.167 euro, mentre nel Sud e nelle Isole si è fermata a 30.139 euro. Tra Nord e Mezzogiorno esiste quindi una differenza di oltre 5.000 euro lordi all’anno, pari a circa il 15%. Anche la crescita registrata nell’ultimo anno evidenzia una dinamica differente. Nel Nord le retribuzioni sono aumentate del 4,9%, contro il 2,7% del Centro e il 2,4% del Sud e delle Isole.
Il potere d’acquisto e la crescita reale
Il livello delle retribuzioni, però, non racconta da solo quanto il reddito sia riuscito a mantenere il proprio valore nel tempo. Il confronto tra crescita degli stipendi e inflazione nel periodo 2015-2025 mostra infatti situazioni molto diverse. L’Umbria registra la perdita maggiore di potere d’acquisto, con un differenziale di -15,1 punti percentuali. Seguono il Veneto, con -13,9 punti, la Sicilia, con -13,1, e il Trentino-Alto Adige, con -12,3. Anche alcune delle regioni con gli stipendi medi più elevati hanno registrato una perdita del potere d’acquisto nel decennio. In Lombardia il saldo è pari a -8,9 punti percentuali, mentre in Emilia-Romagna arriva a -10,7 punti. Sono invece Marche e Molise le uniche regioni a presentare un saldo non negativo nel confronto tra crescita delle retribuzioni e inflazione, rispettivamente con +0,7 e +2,8 punti percentuali.
Il dato mostra quindi come la graduatoria degli stipendi non coincida necessariamente con quella della capacità di difendere il reddito dall’aumento del costo della vita. Nel campione di 40 province analizzate, Campobasso è l’unica a mostrare un saldo positivo significativo nell’arco del decennio. Tra il 2015 e il 2025 la RGA è cresciuta del 18,6%, mentre l’inflazione è stata del 15,2%, con un differenziale positivo di 3,5 punti percentuali.
