Un fronte del disarmo: da Conte a Vannacci, un’alleanza inaspettata contro la potenza europea

In Italia si forma un fronte politico inaspettato, unendo diverse forze per respingere l’aumento della potenza europea e il sostegno all’Ucraina.

Un fronte politico inaspettato si sta formando in Italia, unendo diverse forze per respingere l’aumento della potenza europea e il sostegno all’Ucraina. Le componenti di questo fronte, pur provenienti da posizioni ideologiche distanti, condividono un punto di vista comune: fermare le armi all’Ucraina, respingere l’aumento della capacità militare europea e sottrarre il continente alla logica della potenza. Questo fenomeno, che non ha un simbolo, un segretario o una sede, attraversa sinistra radicale, Movimento 5 Stelle, settori del Partito Democratico e destra sovranista. La convergenza non è basata su un’ideologia comune, ma su una decisione concreta: ridurre la dipendenza dall’armamento e la crescita della potenza europea.

Un’alleanza di idee diverse

La convergenza si basa su una predisposizione antropologica: soggetti diversissimi concordano con facilità su ciò che l’Europa non deve diventare, molto meno su ciò che dovrebbe diventare dopo. Il Movimento 5 Stelle, ad esempio, ha approvato con il 91,7% degli iscritti la linea contraria alla prosecuzione dell’invio di armi a Kiev, il 94,1% ha bocciato il piano europeo di riarmo e il 91,8% l’aumento delle spese per la difesa. Non si tratta di dichiarazioni sparse, ma di una piattaforma politica che Giuseppe Conte porterà al confronto con il resto del centrosinistra.

La decisione di fermare le armi non è solo un’opzione, ma una scelta condivisa da diversi settori del sistema politico.

Da Conte a Vannacci: un’idea comune, diversi approcci

Roberto Vannacci, pur muovendo da premesse opposte a quelle del pacifismo progressista, condivide la stessa decisione di ridurre la dipendenza dall’armamento e la crescita della potenza europea. Vannacci sostiene che prolungare il conflitto sia dannoso per Italia ed Europa, contesta le risorse destinate all’Ucraina e ha definito la costruzione della difesa comune europea uno strumento attraverso cui Bruxelles vorrebbe «ingoiare la sovranità nazionale». Non è filorusso, ma presenta la propria posizione come «pro italiana e pro europea». Conte, invece, parla di pace, diritto internazionale e spesa sociale.

La convergenza non è basata su un’ideologia comune, ma su una decisione concreta: ridurre la dipendenza dall’armamento e la crescita della potenza europea.

La questione ucraina non riguarda soltanto Kyiv. Riguarda la possibilità che l’Europa impari finalmente a pensarsi come soggetto strategico. Persino all’interno del Pd questa contraddizione è ormai visibile. Schlein continua a sostenere l’aiuto all’Ucraina e ha difeso una difesa comune europea fondata su interoperabilità, investimenti e acquisti comuni, chiedendo contemporaneamente una minore dipendenza dai fornitori extraeuropei. Ma la linea deve convivere con un Campo Largo nel quale M5S e Avs hanno posizioni radicalmente differenti sull’invio delle armi, mentre lo stesso Pd ha conosciuto scontri interni sugli strumenti europei per la difesa.

Il fenomeno è molto più interessante proprio perché era già nelle corde di tutti i protagonisti citati. Potremmo chiamarla convergenza negativa di una predisposizione antropologica: soggetti diversissimi concordano con facilità su ciò che l’Europa non deve diventare, molto meno su ciò che dovrebbe diventare dopo. L’Europa che non vuole diventare potenza. Il dato politicamente rilevante non è l’amore per Putin, ma l’effetto cumulativo di una scelta europea di disarmo, dipendenza e rinuncia strategica. Mosca non ha bisogno che gli europei amino la Russia, anche se impegna tanta propaganda e soldi per dimostrare il contrario. In realtà le basta che l’Europa non diventi capace di agire autonomamente.

Il paradosso è che, mentre tutti proclamano di volere un’Europa «autonoma» e contro l’imperialismo statunitense, una parte crescente del sistema politico sembra pronta a respingere uno dopo l’altro gli strumenti senza i quali l’autonomia rimane soltanto una parola. L’Europa si trova davanti alla possibilità di diventare finalmente un soggetto della storia oppure continuare a essere il luogo nel quale altri soggetti esercitano la propria potenza.