La giustizia riparativa nelle mani dei ragazzi: un modello di ascolto e responsabilizzazione
Un’esperienza innovativa in cui i ragazzi diventano mediatori, trasformando conflitti in dialogo e promuovendo la responsabilizzazione.

La giustizia riparativa, in un contesto scolastico, si sta rivelando un’alternativa significativa alle sanzioni disciplinari tradizionali. A Treviso, l’esperienza del Cgr Young dimostra come i ragazzi stessi possano diventare mediatori, trasformando i conflitti in dialogo e ascolto. Questo modello, nato da un’esperienza pilota in Spagna e sviluppato in Italia, si basa su un approccio empatico e partecipativo, che mira a comprendere le ferite emotive e a rafforzare le relazioni tra studenti e adulti.
La mediazione umanistica e il ruolo dei ragazzi
«Le aule di mediazione sono spazi in cui i ragazzi e gli adulti che vivono la scuola possono confrontarsi quando c’è un’incomprensione, un conflitto o una tensione», spiega Sara Dall’Armellina, mediatrice e formatrice dell’associazione La Voce. Questi spazi non si occupano di fattispecie penali, ma si concentrano su situazioni dolorose e difficili, spesso trascurate. L’obiettivo è creare un ambiente in cui i ragazzi si sentano ascoltati, riconosciuti e responsabilizzati.
La mediazione umanistica è un valore che impatta la vita quotidiana.
Un esempio concreto è l’esperienza dell’istituto Ies Miralcamp di Villareal, in Spagna, dove, grazie a un decennio di lavoro, il numero di sospensioni è passato da 52 a due all’anno. Questo risultato dimostra come la mediazione possa ridurre i conflitti e migliorare l’ambiente scolastico. «Se c’è un esito riparativo, che vuol dire che gli studenti si parlano, si ascoltano profondamente – soprattutto rispetto ai vissuti e alle emozioni che hanno provato –, riconoscendo l’altro e trovando un accordo, la sanzione può essere tolta», spiega Dall’Armellina.
Un’esperienza di ascolto e di trasformazione
Un momento significativo è stato il caso di un alunno che aveva insultato un insegnante. Invece di procedere con una sospensione, è stato proposto un incontro di mediazione. Il docente, inizialmente scettico, ha poi riconosciuto l’efficacia del processo. «Dopo, invece, si è ricreduto e ha chiesto di poter raccontare ai colleghi l’esperienza: era rimasto profondamente colpito da quello che entrambi avevano compreso, l’uno dell’altro e anche di loro stessi», conclude Dall’Armellina.
La partecipazione attiva dei ragazzi è un elemento chiave per il successo del modello.
Il Cgr Young, che raccoglie ragazzi mediatori delle province di Treviso, Trieste, Pordenone, Vicenza e Belluno, nasce da un bisogno dei ragazzi stessi: incontrarsi, allenarsi e scoprirsi “accordati”. Questo modello non solo rafforza gli studenti impegnati nel percorso, ma crea reti tra di loro, anche quando provengono da scuole distanti. L’obiettivo è promuovere una cultura dell’ascolto e dell’empatia, che va oltre la classe e impatta la vita quotidiana. «A un certo punto uno dei nostri ragazzi mediatori ha preso la parola e ha detto: “Voi parlate tanto di questi ragazzi, ma perché non invitate noi ai tavoli?”», ricorda Dall’Armellina. Questa domanda rappresenta un invito a riconoscere il valore dei ragazzi non solo come destinatari di interventi, ma come protagonisti attivi del cambiamento. La mediazione, in questo senso, non è solo un modo per risolvere conflitti, ma un’occasione per crescere, comprendersi e trasformare le relazioni.
