Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona torna alle origini dopo diciotto mesi di ristrutturazione

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona riapre dopo un restauro che torna al progetto originale del 1969, valorizzando l’equilibrio tra arte e natura.

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona mostra le sale ristrutturate, con luce naturale e arredamento originale
Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona mostra le sale ristrutturate, con luce naturale e arredamento originale

Il Museo Calouste Gulbenkian di Lisbona ha riaperto il 18 luglio 2026, dopo diciotto mesi di lavori che hanno restituito al museo l’originale spirito del 1969. L’edificio modernista, situato in mezzo al verde, è tornato a respirare grazie a un progetto che non si limita a ripristinare l’aspetto esterno, ma ripensa l’esperienza museale, riconciliando arte e natura. L’allestimento, curato da Xavier Solomon e realizzato dagli architetti Frédéric Ladonne e Teresa Nunes da Ponte, si basa su un approccio critico che non cerca una ricostruzione integrale, ma un’evoluzione che rispetta i valori originali del museo.

Un progetto che non si ferma nel passato

Il museo, nato come un progetto visionario del collezionista Calouste Gulbenkian, è sempre stato caratterizzato da un’idea di continuità piuttosto che di conservazione immobile. La riapertura del 2026 rappresenta un ulteriore passo in questa direzione, con un’attenzione particolare al dialogo tra opere e spazio. «Volevamo togliere quello che impediva di capire quanto questo museo fosse già moderno», ha spiegato Xavier Solomon, direttore del museo dal 2024. L’obiettivo non è stato ripristinare un museo statico, ma creare un’esperienza dinamica che permetta di percepire l’evoluzione del museo stesso.

Le grandi superfici vetrate, liberate da schermature introdotte negli anni, ristabiliscono la continuità tra interno ed esterno, un elemento chiave del progetto originale. La luce naturale, filtrata attraverso sottili pellicole, entra nelle sale senza interrompere il dialogo con la vegetazione esterna. I rivestimenti in seta alle pareti e la moquette verde nelle sale europee sono tornati a far parte del quadro, mentre alcune pareti divisorie introdotte negli anni Duemila sono state eliminate. Non volevamo fare un museo nuovo. Volevamo togliere quello che impediva di capire quanto questo museo fosse già moderno.

Un racconto che non segue la cronologia

Il percorso non segue né la geografia né la cronologia come criteri ordinatori, ma si basa su una narrazione cosmopolita. «La collezione non deve essere letta come una storia universale dell’arte, ma come il riflesso di una biografia cosmopolita», ha spiegato Solomon. Le sale si confrontano con una civiltà o con una corrente artistica alla volta, partendo dall’antichità e spostandosi verso l’Asia, per tornare in Europa e arrivare alle collezioni dell’Ottocento. L’effetto è sorprendente, soprattutto nella sala dedicata alle lampade mamelucche, che oggi ritrovano esposizioni individuali, protette da nuovi vetri antiriflesso.

Le opere, collocate in modo preciso e ancorate allo sguardo, dialogano con il loro spazio e con le sale precedenti, creando un percorso che si basa su relazioni e scambi, non su gerarchie. Le cosiddette “arti minori” – come le lampade mamelucche – sono state esposte in modo autonomo, con vetrine antiriflesso che permettono una visione più chiara. Trovo veramente deleterio usare il concetto di arti minori, ma anche quello di “arte decorativa”. «La cosa molto bella, secondo me, è che Gulbenkian aveva capito questo concetto molto presto, e la sua collezione dimostra che per lui una mattonella è importante quanto un Rembrandt».

Il museo, con la sua capacità di selezionare episodi che raccontano il gusto di Gulbenkian, si presenta come un organismo vivo. Lo spazio non è più un contenitore, ma un’esperienza che si costruisce attraverso relazioni, luce e architettura. «Ed è forse questa la lezione più attuale della riapertura: restituire tempo alle opere, allo spazio e allo sguardo», ha concluso Solomon. Il museo, con la sua visione di continuità, torna a essere un progetto unitario, esattamente come Calouste Gulbenkian lo aveva immaginato.