Nascite in Italia a minimo storico: 355mila bambini nel 2025. “Bisogna restituire la libertà di poter avere figli”
Nascite in Italia a minimo storico nel 2025: 355mila bambini. Problemi economici e sociali ostacolano la natalità.

Nel 2025 in Italia sono nati solo 355mila bambini, il minimo storico dal dopoguerra, segnando un ulteriore calo nella natalità. Il dato emerge dal dossier Istat, che sottolinea un Paese sempre più invecchiato e con una popolazione che si riduce. La Redazione Cronaca ha sottolineato che “bisogna restituire la libertà di poter avere figli”, un tema che ha trovato risalto in un dibattito nazionale su come affrontare la crisi demografica. La questione non riguarda solo la volontà di avere figli, ma anche le condizioni economiche, sociali e lavorative che ostacolano la realizzazione di un progetto di vita.
Un problema strutturale: la natalità in calo
Secondo il presidente della Fondazione per la Natalità, Gigi De Palo, “non è che gli italiani non vogliono figli, ma il vero problema è che milioni di persone non riescono a realizzare il proprio progetto di vita”. I dati del dossier Istat mostrano che il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, distante dalla soglia di sostituzione generazionale, che si attesta a 2,1. Il calo è iniziato negli anni ’70, quando i tassi di fecondità hanno cominciato a diminuire, e oggi si prevede che, se il trend continuerà, al 2050 per ogni 100 giovani fino a 14 anni ci saranno circa 300 over 65.
La ministra per la famiglia, Eugenia Roccella, ha ricordato che negli anni novanta il calo di natalità era già visibile, ma con una media di 1,19 figli per donna, si nascevano oltre 150mila bambini in più rispetto a oggi. “Questo male viene da lontano, ma per troppo tempo non è stato riconosciuto”, ha sottolineato.
Le cause del calo: economiche, sociali e lavorative
Le ragioni del calo della natalità sono molteplici e complesse. Oltre il 62% delle persone che non avrà altri figli vi rinuncia per “ostacoli economici, lavorativi o sociali”, mentre quasi una donna su due (49,9%) teme conseguenze negative sulla propria carriera in caso di maternità. La precarietà lavorativa e le difficoltà economiche ostacolano la decisione di avere figli. Il presidente Istat, Francesco Maria Chelli, ha spiegato che il problema della denatalità è centrale in Italia e nasce negli anni ’70, quando i tassi di fecondità hanno iniziato a diminuire.
“Oggi siamo a 1,14 e il tasso di sostituzione, cioè quello che permetterebbe alla popolazione di rimanere stabile, è 2,1, quindi siamo quasi alla metà di quello che sarebbe necessario”, ha detto Chelli. Ha anche ribadito che i motivi per cui non si fanno figli “sono tanti: difficoltà economiche, soprattutto per gli uomini, precarietà lavorativa, soprattutto per le donne, motivi di assistenza agli anziani nelle famiglie”. La ministra per la famiglia, Eugenia Roccella, ha sottolineato che le misure messe in campo per contrastare il calo della natalità, come l’assegno unico universale, il bonus asilo nido, gli sgravi contributivi per le aziende che assumono donne, in particolare donne madri, e il lavoro agile, “stanno andando nella direzione giusta”. La sostenibilità economica è un fattore chiave per decidere di avere figli.
La direttore generale dell’Inps, Valeria Vittimberga, ha aggiunto che “nessuno farà un figlio perché riceve un bonus economico, ma l’idea di essere sostenuti economicamente dallo Stato è la ‘condicio sine qua non’ per poter effettuare delle decisioni più tranquille e più consapevoli”. La Fondazione per la Natalità ha ribadito che il tema non è convincere qualcuno ad avere figli, ma restituire alle persone la libertà di poterli avere. “Finché mettere al mondo un figlio continuerà a essere percepito come un rischio economico, lavorativo e sociale, continueremo ad assistere a un declino che riguarda tutti”, ha avvertito De Palo.
