La vita digitale diventa prova in un processo: il rischio della “prova digitale spazzatura”
La vita online entra nei fascicoli giudiziari: il rischio di screenshot non verificati e deepfake.

La vita digitale, una volta condivisa, può diventare prova in un processo penale. È questa la preoccupazione di Alessandro Malacarne, esperto in diritto e autore del saggio “Social network e giustizia penale. Scenari investigativi e probatori”. Il tema, sempre più urgente, riguarda l’uso di contenuti social come prove in un’indagine, ma anche i rischi di falsità, manipolazione e mancanza di regole chiare. Il problema non riguarda solo i reati online, ma anche quelli analogici, come rapine o furto in banca, dove i dati digitali possono essere utili per ricostruire i fatti. Tuttavia, la semplice disponibilità di un contenuto online non basta a renderlo utilizzabile in un processo: serve una regolamentazione dettagliata, una verifica tecnica e una chiara distinzione tra ciò che è pubblico e ciò che può diventare prova.
La vita online entra nei fascicoli giudiziari
Plattaforme come Facebook, Instagram, WhatsApp, Telegram e TikTok sono diventati ambienti esistenziali, dove ogni azione, ogni commento o ogni foto può essere utilizzata come prova in un processo. Ma non è sempre così semplice: un post può essere cancellato, modificato o condiviso in forma alterata. La semplice reperibilità in rete non equivale alla sua utilizzabilità. Il libro di Malacarne sottolinea che il passaggio da contenuto pubblicato a prova utilizzabile non è automatico. Il rischio è che informazioni non verificate, come screenshot o deepfake, possano influenzare il giudizio di un processo. Il problema non è solo la tecnologia, ma anche la mancanza di regole chiare che disciplinino l’uso di questi dati.
Un screenshot può bastare come prova in un processo? Il tema è l’integrità e l’autenticità del dato. Se oggi apri un fascicolo, di screenshot ne trovi a centinaia, e non è un fenomeno solo italiano: in Spagna, ad esempio, la Corte suprema si è pronunciata già nel 2015 proprio su alcuni screenshot che la difesa contestava come inaffidabili.
Il rischio della “prova digitale spazzatura”
Il concetto di “prova digitale spazzatura” emerge chiaramente nel dibattito. Molti pensano che se un contenuto è pubblico online, possa essere utilizzato come prova. Ma non è così semplice. Il processo penale richiede che i dati siano verificabili, autentici e integri. Un screenshot, ad esempio, potrebbe non bastare: serve una verifica tecnica, un controllo su dove e come è stato creato. Il libro sottolinea che il sistema giustizia non può disporre una perizia per ogni singolo screenshot, ma questo non significa che possano essere utilizzati senza controllo. Il rischio è che informazioni non verificate possano influenzare il giudizio, soprattutto in un contesto in cui la tecnologia evolve molto più velocemente del diritto.
Con i deepfake, il problema si complica ulteriormente. Alcuni falsi sono riconoscibili a occhio nudo, altri no. E allora nemmeno il giudice, che è umano come noi, riesce a riconoscerli. Servono software, e questo pone un problema di costi e di parità delle armi. La falsità può essere totale, ma anche parziale, e sono i casi più insidiosi: dettagli che possono incidere notevolmente sulla vicenda giudiziaria. Il rischio, però, è anche opposto: pensare che tutto sia falso perché tutto può essere falsificato.
Quanto possiamo ancora fidarci di ciò che vediamo? Ci sono già casi, non molti in Italia ma diversi in Spagna, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in cui l’esperto risponde che non è in grado di stabilire se l’immagine sia autentica, oppure fornisce una percentuale di autenticità: da lì ci si sposta sul terreno della probabilità e dell’oltre ogni ragionevole dubbio.
