La giustizia di comunità: tra burocratizzazione e relazioni
La giustizia di comunità si confronta con sfide burocratiche e relazionali.
La giustizia di comunità, un concetto che mira a ridurre la pressione sul carcere e a rilanciare la funzione rieducativa della pena, si trova oggi a confrontarsi con sfide complesse. Il Progetto TAG, che accompagna le persone sottoposte a misure di giustizia di comunità e gli enti del terzo settore milanese che si propongono di ospitarle, racconta una realtà in cui le burocrazie e le logiche relazionali si intrecciano, spesso a scapito degli obiettivi iniziali.
Un sistema in espansione, ma non sempre efficace
Le misure alternative, pensate per alleggerire il carcere, non si sono dimostrate sempre in grado di raggiungere i loro obiettivi. Secondo il XXII Rapporto di Antigone, il sistema ha visto un’espansione “colossale” dell’area della penalità, con un aumento del 79,4% tra il 2015 e il 2025 del numero complessivo di persone in esecuzione penale, tra misure di comunità e detenzione. Nel 2025, per la prima volta in dieci anni, la crescita delle misure di comunità ha subito un rallentamento, legato all’inasprimento normativo.
Le sfide del lavoro di pubblica utilità
Il lavoro di pubblica utilità, una sanzione sostitutiva che presuppone una condanna già emessa, rappresenta un’esperienza per molte persone. Per chi non ha mai fatto volontariato prima, questa può essere l’occasione iniziale per entrare in contatto con il terzo settore. Tuttavia, trovare un ente disponibile a orari compatibili con i propri impegni non è scontato. Spesso, le persone accettano condizioni logistiche che poi faticano a sostenere, come impegni troppo lontani da casa.
Le misure di giustizia di comunità, pur mirando a ricostruire relazioni tra la persona e il suo contesto, si scontrano spesso con questioni burocratiche. Con l’introduzione di un portale ministeriale per la registrazione delle convenzioni, si è persa una certa flessibilità. Oggi, bisogna dichiarare fin dall’inizio tutte le sedi in cui si svolgeranno le attività, rendendo di fatto impossibile far rientrare le organizzazioni più piccole nella Convenzione TAG. Questo obbliga le piccole organizzazioni a affrontare un lungo iter per la stipula di una convenzione autonoma, che in alcuni casi può durare fino a 9-10 mesi.
La comunità come spazio di trasformazione
La parola “comunità” è spesso evocata come un concetto positivo, ma resta comoda e indefinita. Per Andrea Molteni e Alice Rossi, che lavorano al Progetto TAG, questa ambiguità non permette di interrogarsi su cosa nella comunità non ha funzionato per cui sono avvenuti dei fatti criminali o violenti. La responsabilità della comunità si estende anche a cosa succede dopo, nel momento in cui la persona torna a vivere nello stesso tessuto di relazioni e deve trovare qualcuno disposto ad accoglierla. La giustizia di comunità, in sintesi, non è solo un insieme di regole, ma qualcosa che si mette in gioco a propria volta. È necessario chiedersi, di volta in volta, come potrebbe fare meglio. La sfida non è solo quella di semplificare le procedure, ma di riconoscere il potere trasformativo delle misure per la persona e la sua comunità.
- Il lavoro di pubblica utilità è una sanzione sostitutiva che presuppone una condanna già emessa.
- Le misure alternative non hanno sempre raggiunto gli obiettivi iniziali.
- La burocratizzazione ha reso più difficile l’inserimento delle piccole organizzazioni.
La giustizia di comunità, sebbene in espansione, continua a fare i conti con le complessità della vita reale. Per Andrea Molteni e Alice Rossi, il dibattito non si ferma alle regole, ma si estende a come potrebbe fare meglio, ogni volta che si affronta un caso specifico.
