Chiara Picciocchi: «Non trasformare l’Europa in una promessa che non possiamo garantire»
Chiara Picciocchi, mediatrice culturale sulla Life Support, racconta l’esperienza con i minori migranti e la necessità di proteggere la loro speranza.
Chiara Picciocchi, mediatrice culturale a bordo della nave di soccorso Life Support, racconta l’esperienza quotidiana con i migranti soccorsi nel Mediterraneo. «C’è una cosa che considero molto importante con i minori: non trasformare l’Europa in una promessa che non possiamo garantire», dice Picciocchi, sottolineando l’importanza di non alimentare aspettative irrealistiche. La sua missione, iniziata dopo il soccorso, si concentra su gesti, parole e relazioni, cercando di restituire un senso di sicurezza e di fiducia a chi ha vissuto esperienze traumatiche. La mediazione culturale, spiega, non è solo traduzione, ma un lavoro di comprensione e rispetto, che si svolge in un contesto di estrema fragilità.
La vita dietro le statistiche
Le esperienze che restano fuori dal racconto pubblico sull’immigrazione, spiega Picciocchi, riguardano la lunghezza e la complessità del viaggio. Molti migranti, spesso non accompagnati, hanno attraversato mesi o anni di violenze, detenzioni e sfruttamento prima di arrivare al Mediterraneo. «A bordo non incontriamo una “categoria”, ci sono esseri umani», sottolinea. Per lei, la parola «migranti» è troppo riduttiva, poiché nasconde storie di persone con famiglie, sogni e paure. «Sono studenti, genitori, adolescenti che hanno passioni e progetti», dice, ricordando che spesso hanno gli stessi sogni di chiunque altro.
«La mediazione a bordo della Life Support si occupa anche di informare le persone sui loro diritti una volta sbarcati», spiega Picciocchi. «Significa cercare di rendere comprensibili non solo le parole, ma anche le intenzioni, le regole e i comportamenti». L’obiettivo è creare uno spazio in cui ogni persona si senta rispettata e riconosciuta. «La mediazione serve in entrambe le direzioni», conclude, sottolineando l’importanza di comprendere le differenze culturali e di evitare incomprensioni.
La responsabilità con i minori
Nelle ultime missioni, Picciocchi ha incontrato molti minori non accompagnati, alcuni dei quali avevano appena visto morire compagni durante la traversata. «In queste situazioni il lavoro di squadra e la fiducia del team è fondamentale», spiega. Il suo compito è proteggere la speranza senza alimentare aspettative irrealistiche. «Diciamo che ora sono in un luogo sicuro in cui è loro diritto essere assistiti e che ci saranno persone, servizi e istituzioni incaricati di proteggerli e aiutarli», dice. Per lei, è importante permettere ai ragazzi di tornare a essere semplicemente bambini, dopo essere stati costretti a crescere troppo in fretta.
«C’è una cosa che considero particolarmente importante con i minori: non trasformare l’Europa in una promessa che non possiamo garantire», dice Picciocchi. «Come tutte le persone che incontriamo, i minori arrivano con una speranza enorme, e credo che il nostro compito sia proteggerla senza alimentare aspettative irrealistiche». La sua esperienza a bordo della Life Support, però, le ha insegnato che il lavoro non finisce con il soccorso. «La mediazione serve a creare un rapporto di fiducia, a far sentire le persone accolte e a dare loro un punto di riferimento per ogni necessità», conclude.
La parola «migranti» cancella le persone. «A bordo non s’incontra una categoria, ma persone con nomi, storie, paure e aspettative completamente diverse», dice Picciocchi. Le persone che incontra hanno fatto scelte difficili, spesso in mancanza di alternative, per una possibilità di sopravvivere o costruire un futuro. «Quello che si vede a bordo è molto più umano e molto più complesso di qualsiasi definizione», conclude, sottolineando l’importanza di non ridurre le loro esperienze a numeri o statistiche.
