Ice, la campagna di arresti negli aeroporti USA continua senza sosta
Nuovi arresti negli aeroporti Usa per immigrazione, tensioni crescenti e accuse di terrorismo.

Da settimane, agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) operano in borghese negli aeroporti degli Stati Uniti, utilizzando dati forniti dall’Transportation Security Administration (Tsa), l’agenzia di sicurezza dei trasporti. Questa strategia ha portato a un incremento significativo degli arresti, con numeri che superano i 10mila solo nella prima settimana di luglio, secondo la Cnn. L’operazione si estende a 15 aeroporti in nove Stati, coinvolgendo almeno 27 persone. La situazione è diventata un nuovo terreno per la campagna di deportazioni, con l’Ice che agisce anche sui voli interni, dove non esiste controllo alla frontiera.
Arresti a strascico e accuse di terrorismo
Le operazioni dell’Ice si basano su una strategia di “arresti a strascico”, con agenti che fermano passeggeri in base a dati forniti da Tsa. Secondo gli avvocati di diverse persone fermate, quasi tutti i casi riguardano individui che possiedono permessi di lavoro validi e sono in regola con le leggi sull’immigrazione, ma attendono la carta verde. La realtà, però, sembra molto diversa. Molti di questi individui sono in attesa di risposte da mesi, spesso per motivi burocratici. La situazione ha reso più semplice l’arresto, in un contesto in cui non ci sono reazioni scomposte o persone armate.
La campagna di arresti non si limita agli aeroporti. Nelle centri di detenzione, la situazione è drammatica. Un rapporto interno dell’agenzia sanitaria dell’Ice conferma che almeno un detenuto in sciopero della fame è stato sottoposto ad alimentazione e idratazione forzate, nonché a prelievi di sangue involontari. Questi fatti smentiscono l’amministrazione Trump, che negava l’esistenza di scioperi della fame. Secondo avvocati e Ong, sarebbero oltre trecento detenuti che rifiutano di mangiare o bere per denunciare le condizioni critiche in cui vivono.
Resistenza e accuse di collaborazione con Antifa
Le comunità che si organizzano per resistere all’Ice, come quelle che organizzano cortei e proteste, vengono accusate di aver rapporti con Antifa e per questo imputate per terrorismo. Lo schema è semplice: chi si oppone al sistema di deportazioni rischia pesanti accuse. A giugno, in Texas, sei persone sono state condannate a pene tra i 50 e i 70 anni per aver partecipato a proteste fuori da un centro di detenzione. In Minnesota, un professore 53enne rischia sei anni di prigione per aver organizzato cortei pacifici. «Vogliono spaventare chiunque si opponga all’Ice», denuncia un avvocato. Le accuse non sembrano priva di fondamento, ma rappresentano un ulteriore strumento per reprimere la resistenza.
La situazione si complica ulteriormente con violenze fisiche e verbali. In vari video si sentono distintamente agenti federali rivolgersi ai fermati con epiteti razzisti. Sei giorni dopo, nel Maine, è stato colpito a morte il colombiano Johan Sebastián Durán Guerrero, 25 anni, anche lui non ricercato. Inoltre, il 7 luglio a Houston un agente ha ucciso Lorenzo Salgado Araujo, messicano di 52 anni in attesa di regolarizzazione. La campagna di deportazioni si intensifica, con conseguenze tragiche per chi si trova in situazioni di attesa legale.
