Iran attacca in Giordania, USA e Arabia Saudita rispondono in Iraq
Tensione regionale cresce dopo attacco missilistico iraniano e risposta Usa-Arabia in Iraq

L’Iran ha lanciato missili contro una base statunitense in Giordania e tre petroliere nel Golfo di Persia, causando un aumento del prezzo del petrolio e mettendo in tensione il rapporto USA-Iran. La risposta degli Stati Uniti e dell’Arabia Saudita è arrivata con azioni coordinate in Iraq contro milizie filo-iraniane, presentate come rappresaglia. La situazione rischia di scatenare un conflitto regionale più ampio, con Baghdad e Riad coinvolti in una morsa di tensioni.
Missili iraniani e risposta USA-Arabia
Per la prima volta, gli Stati Uniti e l’Arabia Saudita hanno lanciato azioni coordinate in Iraq contro milizie sostenute dall’Iran, considerate responsabili di attacchi precedenti a impianti petroliferi sauditi. L’operazione è stata presentata come una rappresaglia per l’attacco missilistico iraniano e per la precedente ondata di droni. L’azione ha rafforzato la posizione di Washington e Riad, ma ha anche aumentato la tensione in una regione già fragile. La risposta USA-Arabia ha colpito 20 militanti di gruppi sciiti pro Teheran, tra cui cinque consiglieri militari iraniani, e ha lasciato feriti altri 32. L’operazione è stata coordinata con il governo di Baghdad, che ha espresso sostegno. La presidenza irachena ha definito gli attacchi “una flagrante violazione della sovranità nazionale”, pur chiedendo la fine dei raid delle milizie contro i Paesi vicini.
La crisi del petrolio e le conseguenze
Il prezzo del greggio è balzato di oltre il 7%, con il Brent che ha superato i 90 dollari al barile, cancellando il calo registrato dopo la sospensione dei bombardamenti da parte di Trump. L’escalation ha reso più complessa la situazione economica e geopolitica, con effetti che si sentono a livello globale. La tensione si è intensificata anche nel Mar Rosso, dove i ribelli Houthi, alleati dell’Iran, hanno annunciato il blocco delle esportazioni petrolifere saudite e valutano l’introduzione di tariffe per le navi commerciali.
Intanto, l’Iran ha respinto come “irragionevole” la proposta dell’Oman, sostenuta dagli altri Paesi del Golfo, per una gestione congiunta dello Stretto di Hormuz. La situazione ha visto il governo iracheno convocare una riunione d’emergenza, invitando tutte le parti a evitare un’ulteriore escalation e a mantenere il Paese fuori dai conflitti regionali. La tensione si fa sempre più acuta, con Baghdad e Riad coinvolti in una morsa di conflitti. La regione rischia di essere coinvolta in un conflitto più ampio, con effetti che si estendono a livello internazionale. La situazione appare in continuo movimento, con il rischio di un ulteriore escalation.
La tregua che aveva visto Trump promettere “buone interlocuzioni” con Teheran sembra ormai un ricordo. Gli ayatollah, con i Pasdaran che hanno rivendicato il lancio di diversi missili balistici, sembrano aver gonfiato i muscoli, forse per mostrare che il presidente americano non può piegare il regime o per allargare un conflitto che tutti i Paesi del Golfo vorrebbero cessasse. La regione è al centro di una crisi senza precedenti, con rischi di ulteriore escalation. Mosca e Pechino stanno supportando l’Iran in modo crescente, con la Repubblica islamica che dovrebbe ricevere entro poche settimane la prima fornitura di 400 lanciamissili antiaerei portatili di fabbricazione cinese. Questo rafforza le difese aeree iraniane e potrebbe influenzare ulteriormente la dinamica del conflitto.
