Scuola in crisi, proteste in Francia e Italia: stessi problemi, risposte diverse
Proteste studentesche in Francia e Italia per condizioni di scuola, ma risposte politiche diverse.
La protesta studentesca in Francia e in Italia si presenta con problemi simili, ma con risposte politiche e sociali diverse. In entrambi i Paesi, gli studenti denunciano condizioni di scuola precarie, con aule surriscaldate, mancanza di docenti, sovraffollamento e mancanza di infrastrutture. Tuttavia, in Francia le proteste si sono trasformate in un movimento di massa, con blocchi di istituti, occupazioni e una forte partecipazione della popolazione. In Italia, invece, le proteste non hanno ancora raggiunto lo stesso livello di impatto, anche se i dati suggeriscono una situazione critica. La differenza risiede non solo nei problemi, ma anche nella capacità di mobilitazione e nella risposta istituzionale.
Proteste in Francia: una forma di lotta radicata
La protesta in Francia ha avuto inizio il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, dove studenti, genitori e insegnanti si sono piantati davanti ai cancelli per chiedere più mezzi per la scuola. Il 6 ottobre le lezioni erano sospese in 891 licei su 3.700, più di 57 sedi universitarie erano bloccate, e in piazza c’erano oltre 250mila persone, secondo il ministero dell’interno, e 450mila per gli organizzatori. La forma di protesta è diventata il blocus, un picchetto che chiude la scuola, una strategia che permette di non disturbare la produzione e di mantenere una pressione costante.
Le ragioni delle proteste sono contabili prima che ideologiche. I licei francesi hanno classi di 30,2 alunni in media, ma l’Union syndicale lycéenne (Usl) parla di 32 o 35 alunni. Il 7,5 per cento delle ore di lezione viene perso perché nessuno sostituisce i docenti assenti; le giornate di assenza lunga rimaste scoperte sono quasi raddoppiate in sei anni, da 491mila a 949mila. Un’aula a 39 gradi con un ventilatore per 37 studenti. Poi c’è il problema del tanto decantato orientamento. Parcoursup, la piattaforma che smista i diplomati verso l’università, ha registrato l’11 luglio più di 126mila candidati non ricevuti nessuna proposta. Ci sono poi atenei che hanno quasi tutti approvato in deficit il bilancio preventivo del 2026 e dove, come a Angers, si resta «seduti due ore in un’aula a 13 gradi».
La memoria delle proteste francesi e la differenza italiana
La protesta in Francia non è un fenomeno nuovo. Il politologo Robi Morder, che studia da decenni i movimenti liceali francesi, ricorda che dalla fine degli anni settanta i licei francesi si mobilitano a ogni rientro per le stesse tre ragioni: professori che mancano, classi stracolme, edifici degradati. La protesta in Francia ha una memoria di vittorie, come nel dicembre 1986 quando il progetto Devaquet su selezione e tasse universitarie fu ritirato due giorni dopo la morte di Malik Oussekine, 22 anni, picchiato dalla polizia.
In Italia, invece, le proteste non hanno mai raggiunto lo stesso livello di impatto. La Pantera, nata a Palermo nel dicembre 1989 contro la riforma Ruberti, ottenne appena qualche emendamento. L’Onda del 2008 gridava «noi la crisi non la paghiamo», e i tagli alla scuola, nell’ordine degli otto miliardi, passarono dolorosamente tutti. Il 14 dicembre 2010 a Roma si contarono un centinaio di feriti e una quarantina di arresti; nove giorni dopo la riforma Gelmini fu tristemente approvata. Nel 2015 nemmeno lo sciopero generale della scuola del 5 maggio fermò la Buona scuola. Da allora ci sono state fiammate, mai una vertenza che sia riuscita a contrastare la controriforma organica che è avvenuta nella scuola italiana, frutto della convergenza tra cattolicesimo ciellino, neoliberismo più aziendalistico e neonazionalismo di ritorno.
