L’Italia in bilico tra energia, salari e crisi del commercio
L’Italia affronta una crisi energetica e un impoverimento dei salari, con un impatto su commercio e consumi.

L’Italia si trova in una situazione di profonda instabilità economica, con un mix di fattori che mettono a rischio la stabilità del Paese. I salari fermi da 30 anni, l’energia costosa e mancante, e la crisi del commercio rappresentano un quadro complesso che colpisce ogni settore della vita quotidiana. I prezzi delle bollette e dei prodotti alimentari sono insostenibili, mentre le famiglie si trovano a dover fare i conti con un impoverimento che si trascina dietro il resto del sistema. L’energia, sempre il tasto dolente, non solo manca, ma costa sempre di più, generando un senso di incertezza che si diffonde in ogni ambito.
La crisi energetica e i costi insostenibili
La situazione energetica è diventata un problema centrale, con il gasolio che continua a salire di prezzo e le scorte di petrolio che scarseggiano. L’Italia dipende in modo critico dagli altri Paesi per l’approvvigionamento, e questo crea un’incertezza che si fa sentire in ogni aspetto della vita. Secondo i dati della Cgia di Mestre, poco più di 120 milioni di euro sono destinati all’accise di 17 centesimi al litro di gasolio, mentre i cittadini italiani pagheranno nel corso dell’anno circa 29 miliardi di euro per i costi aggiuntivi di gas, elettricità e carburante. Questo contrasto tra un piccolo contributo fiscale e un’enorme spesa personale mette in luce la gravità della situazione.
La crisi del commercio si fa sentire con la chiusura di migliaia di punti vendita, un calo del 14,4% tra il 2018 e il 2025. Sono quasi 96.000 negozi chiusi in sette anni, con una forte perdita per ambulanti e piccoli alimentari. I costi di gestione delle attività aumentano, e i clienti calano per diverse ragioni, molte legate alle difficoltà economiche. La clientela si sposta verso le grandi catene commerciali, dove si acquistano prodotti a prezzi più contenuti, mentre l’online ha trasformato il modo di acquistare, usando i negozi fisici come punto di verifica prima dell’acquisto.
Un impoverimento che si trascina dietro il resto
I salari fermi da trent’anni rappresentano una fotografia di un impoverimento che ha radici profonde e si estende a tutta la società. Dal 1990, le retribuzioni lorde sono in media diminuite del 6,6% in termini reali, ovvero corrette per l’inflazione. Questo significa che il potere d’acquisto degli stipendi si riduce, e non solo i salari non sono cresciuti con il costo della vita, ma si sono anche ampliati i divari tra i lavoratori. Il crollo delle retribuzioni nei servizi, dove lavora la maggioranza degli italiani, è di un -20,9% dal 1990, mentre nell’industria si registra una crescita del 16,5%. La precarizzazione ha spinto verso il basso salari e prospettive, con conseguenze dirette su investimenti, innovazione e crescita.
La piazza, una volta piena di negozi e attività, oggi è un deserto. Trent’anni fa, camminando lungo il porticato di una piazza, si trovavano negozi di ogni tipo: lavanderia, elettricista, bar, cartoleria, scarpe, panetteria, frutta e minimarket. Oggi, invece, è un’immagine di impoverimento urbano, con piazze e vie del Paese che perdono attrattiva e sicurezza. Risalire da questo sprofondo è impresa titanica, soprattutto quando l’assetto economico generale favorisce le chiusure obbligate.
La situazione economica dell’Italia si presenta come un quadro di incertezza, con rischi geopolitici che si fanno sempre più concreti. Il rischio Golfo in tempi di pace sarà completamente differente dal passato, con un aumento dei costi del denaro, premi sulle assicurazioni e impatti sugli investimenti. L’82% delle famiglie vuole accelerare sulle rinnovabili senza nucleare, ma il 54% è disposto a nuove centrali nucleari. Mentre quasi una famiglia su due riaprirebbe i rubinetti del gas russo e del carbone, dimostrando un realismo di chi, ogni mese, deve far quadrare i conti.
