L’inclusione non è un convegno, ma una pratica quotidiana

L’inclusione non è un convegno, ma una pratica quotidiana: il volontariato deve diventare spazio politico per la cittadinanza.

Un gruppo di persone con disabilità partecipa a un evento di volontariato, con accesso alle strutture e ai servizi
Un gruppo di persone con disabilità partecipa a un evento di volontariato, con accesso alle strutture e ai servizi

L’inclusione non è un convegno, ma una pratica quotidiana. Giovanni Merlo, direttore di LEDHA, lo sottolinea con forza: finché l’inclusione resta affidata alla buona volontà, il cambiamento non diventa sistema. L’obiettivo non è accogliere, ma garantire diritti e partecipazione reale. Per il volontariato, questo significa porsi domande scomode, non solo parlare di buone intenzioni. L’inclusione deve partire dalla persona, non dai servizi a cui può accedere. Non si tratta di aggiungere un’attenzione in più, ma di ampliare l’idea stessa di comunità.

Le regole fanno la differenza

Le Paralimpiadi hanno dimostrato che l’inclusione funziona quando è progettata. Non è un gesto di generosità dell’ultimo minuto, ma architettura. I Giochi Paralimpici Invernali Milano Cortina 2026 stanno facendo esattamente questo: accendere i riflettori su un’idea di sport che non concede spazi, ma li costruisce. Classificazioni, adattamenti tecnici, impianti accessibili, procedure codificate. Nulla è lasciato all’improvvisazione. E allora la narrazione cambia: non sono le persone con disabilità a essere “straordinarie nonostante tutto”. Sono i contesti che smettono di escludere. Non si tratta di accogliere, ma di garantire diritti e partecipazione reale. Merlo sottolinea che l’inclusione non accade per caso. Accade quando è prevista. Quando è un diritto, non una concessione. Eppure, se nello sport inclusivo si parla di accesso, regole, adattamenti strutturali, nel mondo del volontariato il lessico più diffuso è ancora quello dell’“accoglienza”. Una parola calda, rassicurante, generosa. Ma anche ambigua.

Il volontariato deve diventare spazio politico

Merlo afferma che il volontariato diventa uno spazio politico nel senso più alto del termine. Non il luogo della supplenza o della buona azione, ma un campo in cui si esercita cittadinanza. Qui l’inclusione smette di essere un gesto solidale e diventa responsabilità collettiva. Supera l’assistenzialismo e diventa democrazia praticata. La domanda non è più se siamo disponibili ad aiutare, ma se siamo disposti a cambiare.

Non basta aprire le porte, bisogna verificare se le persone possono attraversarle, restare, incidere. Le persone con disabilità in Lombardia sono oltre quattrocentomila. Non una minoranza residuale, ma una parte consistente della comunità. La qualità della loro partecipazione misura la qualità delle nostre organizzazioni. Merlo richiama un principio semplice e radicale: «L’inclusione deve partire dalla persona, non dai servizi a cui può accedere». Prima i desideri, le aspirazioni, il progetto di vita. Poi le risorse. Traslato nel volontariato, significa chiedersi non come “coinvolgere” le persone con disabilità, ma come ridisegnare ruoli e poteri perché possano essere protagoniste. Non volontariato per, ma volontariato con. Il nodo, osserva Merlo, non è la mancanza di sensibilità. È la difficoltà a ripensare le strutture. Finché le persone con disabilità restano destinatarie e non soggetti attivi nei luoghi decisionali, l’inclusione si ferma a metà strada.

Ma l’appello non resta sul piano dei principi. È concreto, quotidiano. «L’inclusione non è un convegno sul tema. È una verifica quotidiana delle nostre scelte organizzative» chiosa il direttore di LEDHA. Questo significa chiedersi, ogni volta che si organizza un evento, se quello spazio è davvero accessibile a tutti. Se esistono barriere architettoniche. Se è previsto un servizio di interpretariato quando necessario. Se i materiali sono leggibili anche da chi ha difficoltà visive o cognitive. Se è possibile partecipare a distanza. Se l’orario consente una presenza reale.

Significa guardare agli strumenti di comunicazione: siti web navigabili, testi chiari, modulistica comprensibile, linguaggi non paternalistici. Accessibilità digitale e culturale. Perché una comunicazione opaca è già una barriera. Significa interrogarsi sui percorsi di selezione dei volontari, sui ruoli disponibili, sulla formazione. Le persone con disabilità sono presenti nei consigli direttivi? Nei tavoli di progettazione? Nei momenti decisionali? O restano ai margini, come beneficiarie? «Non basta aprire le porte – continua Merlo -. Bisogna verificare se le persone possono attraversarle, restare, incidere». È qui che si misura la maturità del Terzo settore. Non nella dichiarazione di intenti, ma nella capacità di incorporare l’accessibilità nelle procedure ordinarie. Rendere strutturale ciò che oggi è straordinario. Trasformare l’attenzione in metodo.

Lo sport ci ha mostrato che l’inclusione funziona quando è progettata. Il volontariato è chiamato a fare lo stesso salto: passare dall’accoglienza all’accesso, dalle buone pratic