Annegamenti in Italia: 604 decessi in due anni tra giovani e anziani
In Italia 604 morti per annegamento in due anni. Il 93% in acque naturali, oltre l’80% uomini. Giovani fino a 24 anni e anziani oltre 65 i più colpiti.

In due anni, l’Italia ha registrato 604 decessi per annegamento, una cifra che riflette un fenomeno persistente di perdite di vite umane nelle acque. Il 93% dei morti è avvenuto in ambienti naturali come mare, laghi e fiumi, mentre le piscine hanno contato 37 tragedie nel medesimo periodo. A emergere dai dati è un quadro dove determinati gruppi demografici risultano particolarmente vulnerabili: il 23% delle vittime aveva fino a 24 anni, mentre circa il 30% superava i 65 anni di età.
Accanto all’elemento dell’età, un elemento distintivo riguarda il genere: nel biennio 2024-2025 oltre l’80% delle vittime era di sesso maschile. Questo dato evidenzia come il rischio di annegamento non sia equamente distribuito nella popolazione italiana, con gli uomini sottoposti a un pericolo significativamente maggiore rispetto alle donne.
Le dinamiche dei decessi in acqua
La prevalenza schiacciante dei decessi in ambienti naturali,mari, laghi e fiumi,sottolinea come le acque non controllate presentino rischi sostanzialmente diversi rispetto alle strutture dedicate. La grande maggioranza dei 604 annegamenti si concentra dunque in contesti dove i sistemi di sorveglianza e prevenzione sono meno strutturati rispetto alle piscine, dove interventi di primo soccorso risultano generalmente più rapidi e organizzati.
Le 37 tragedie in piscina nel biennio rappresentano una frazione minoritaria dell’insieme, ma non per questo trascurabile. Questi episodi segnalano come anche ambienti teoricamente più controllati possano costituire zone di pericolo, soprattutto per fasce di popolazione con caratteristiche fisiche o comportamentali specifiche.
I due gruppi anagrafici maggiormente colpiti,i giovani fino a 24 anni e gli anziani oltre 65,manifestano vulnerabilità per ragioni diverse. Nel primo caso, comportamenti a rischio, sottovalutazione del pericolo e maggiore esposizione a situazioni di bagnazione coincidono; nel secondo caso, a incidere sono fattori come la ridotta capacità fisica, problemi di equilibrio e patologie cardiache che possono manifestarsi in acqua.
Il peso della prevenzione e della consapevolezza
Il fenomeno dei 604 annegamenti in due anni solleva questioni centrali circa la comunicazione dei rischi e le misure di prevenzione. La concentrazione di decessi in acque naturali suggerisce l’importanza di campagne di sensibilizzazione mirate agli ambienti meno controllati, dove l’assenza di bagnini e sistemi di allarme aumenta notevolmente il pericolo.
La prevalenza maschile tra le vittime potrebbe correlnarsi a comportamenti di sovrastima della propria capacità natatoria, esposizione maggiore a situazioni di alcol insieme all’acqua e tendenza a minore prudenza in ambiente acquatico. Parallelamente, il dato relativo agli anziani sottolinea come la popolazione over 65 rappresenti una categoria che necessita di strategie di protezione specifiche, sia nella scelta dei contesti balneari che nella consapevolezza delle proprie limitazioni fisiche.
Per i giovani fino a 24 anni, il 23% delle vittime totali rimanda all’importanza di educazione all’acqua, insegnamento del nuoto fin dall’infanzia e consapevolezza dei rischi specifici di mari, laghi e fiumi. Questi ambienti, infatti, presentano correnti, temperature variabili e fondali imprevedibili che richiedono competenze e attenzione particolari.
Il quadro complessivo dei 604 decessi in due anni richiede pertanto un approccio multidimensionale: dalla formazione dei bagnanti alla supervisione nelle aree critiche, dalla comunicazione dei rischi negli ambienti naturali all’accesso a corsi di nuoto per le fasce più vulnerabili. Le tragedie in acqua rimangono un problema significativo nel Paese, che merita attenzione continuativa e interventi basati sui dati epidemiologici disponibili.
