Il mondo si frammenta: più potenze, meno regole condivise
Il nuovo ordine mondiale si complica con più potenze e meno regole condivise, riducendo la cooperazione internazionale.
Il mondo si sta trasformando in un sistema più frammentato, con un aumento del numero di potenze e una riduzione delle regole condivise che un tempo ne garantivano la stabilità. Secondo un articolo pubblicato da Linkiesta il 17 settembre 2026, l’ordine internazionale nato dopo il 1945 si dimostra sempre meno capace di governare le crisi globali, mentre l’economia mondiale rimane interdipendente. Gli Stati Uniti, pur mantenendo una forza militare e finanziaria senza equivalenti, non dispongono più del margine per plasmare da soli il sistema internazionale. La Cina, invece, ha acquisito un peso sufficiente per mettere in discussione una parte significativa dell’assetto esistente, pur non disponendo di un sistema alternativo capace di raccogliere un consenso paragonabile a quello dell’ordine a guida occidentale.
Un sistema in evoluzione
Il cambiamento in corso va oltre il semplice spostamento dei rapporti di forza fra gli Stati. Il potere si sta distribuendo fra un numero maggiore di attori, ma soprattutto stanno prendendo forma ordini diversi, fondati su regole, interessi e idee di legittimità non sempre compatibili. Questo riequilibrio ha radici materiali, con la ricchezza e la capacità politica che si sono progressivamente diffuse fuori dall’Occidente, restringendo il vantaggio sul quale si era retto per decenni il primato delle democrazie industriali. Anche al loro interno il terreno è cambiato, con la globalizzazione e l’automazione che hanno colpito settori produttivi e gruppi sociali che avevano sostenuto l’apertura economica e una politica estera internazionalista.
Le potenze intermedie sfruttano la rivalità
Le piccole potenze, come la Turchia, il Qatar e l’Arabia Saudita, hanno guadagnato margine sfruttando questa zona grigia. La Turchia resta nella NATO, ma conserva canali con Mosca. Il Qatar ha investito per anni in una rete diplomatica che gli permette di parlare con attori incompatibili fra loro. L’Arabia Saudita ha ampliato i rapporti con la Cina senza sciogliere il legame strategico con Washington. Il vantaggio nasce dalla possibilità di essere utili a interlocutori che faticano a comunicare direttamente. Le istituzioni costruite nel secondo dopoguerra devono quindi gestire un sistema diverso da quello per cui erano state progettate.
Il limite appare soprattutto quando entrano in gioco gli interessi diretti delle grandi potenze. Nel Consiglio di sicurezza dell’ONU, il diritto di veto può impedire una decisione proprio sulle crisi nelle quali sarebbe più necessario un accordo fra Washington, Pechino e Mosca. La rappresentanza universale continua a dare alle Nazioni Unite una legittimità difficile da sostituire; meno efficace è la loro capacità di produrre rapidamente un compromesso politico fra potenze rivali. In un approfondimento su Foreign Policy, Charles Kupchan, professore a Georgetown e senior fellow al Council on Foreign Relations, sostiene che questo limite sia strutturale e avanza una proposta: un’architettura distribuita su più livelli.
Un’alternativa alla globalizzazione
Le organizzazioni regionali dovrebbero assumersi una parte maggiore della gestione della sicurezza e della cooperazione nei rispettivi territori. Sopra di loro opererebbe il Global Concert, un organismo ristretto che riunirebbe Stati Uniti, Cina, Russia e India, insieme a Giappone e Unione europea. Le aree prive di una singola potenza dominante avrebbero una rappresentanza affidata alle rispettive organizzazioni regionali, come ASEAN, Unione africana e Lega araba. Il riferimento storico è il Concerto d’Europa nato dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte, quando le principali potenze europee cercarono di evitare che il continente precipitasse di nuovo in una guerra generale creando un sistema di consultazione stabile fra gli Stati più forti.
Kupchan recupera proprio questa logica: un gruppo ristretto di potenze con interessi diversi, persino regimi politici incompatibili, che mantiene aperto un canale permanente di negoziato per contenere i conflitti e impedire che la competizione sfugga di mano. Per i dossier più complessi verrebbero creati gruppi più piccoli: uno per l’Ucraina, un altro per Taiwan, altri ancora per il clima o la regolazione dell’intelligenza artificiale. Gli accordi raggiunti in queste sedi potrebbero poi essere recepiti e attuati dall’ONU o dalle istituzioni regionali competenti. La scommessa di Kupchan è che un mondo più frammentato possa essere governato accettando una certa frammentazione anche nelle istituzioni.
