Nuovi pionieri nel Mare di Bering: sette ore in acqua per un chilo d’oro

Zakharia Bloom cerca oro nel Mare di Bering, un’esperienza estrema tra sfide e ricchezze.

Un uomo cammina sui fondali del Mare di Bering con un’idrovora, circondato da onde e correnti forti
Un uomo cammina sui fondali del Mare di Bering con un’idrovora, circondato da onde e correnti forti

Sette ore in acqua a zero gradi per un chilo d’oro: questa è la scommessa di Zakharia Bloom nel Mare di Bering, un’area remota dell’Alaska nord-occidentale dove la ricerca del metallo prezioso si svolge in condizioni estreme. La sua avventura, partita da Nome, si scontra con le sfide del mare, ma anche con le tracce di un passato ricco di storie di fortuna e delusioni. La sua motivazione? «Guadagna chi lavora sodo ed è pronto a rischiare, perdono quelli che non si mettono in gioco», dice, riferendosi a una tradizione che risale a oltre un secolo fa.

Ricerca dell’oro in un’ultima frontiera

Zakharia Bloom, 38 anni, ha lasciato il lavoro di consulente finanziario e la sua casa nella Carolina del sud per vivere questa esperienza. «Amo cercare l’oro in questa che chiamano l’ultima frontiera dell’Alaska», racconta, mentre si trova a bordo della sua chiatta costruita in ferro e legno. L’ambiente è selvaggio, le regole sono semplici: si stringe la mano con la fiducia che si manterrà la promessa data. La ricerca si svolge con draghe e chiatte, ma il lavoro è estenuante: quattro palombari, tra cui lui stesso, camminano sui fondali a 5-6 metri di profondità con le idrovore in mano per giornate interminabili.

Un’esperienza fisica e mentale

Le condizioni sono estreme: temperature vicine allo zero, correnti forti e onde lunghe che rendono ogni approdo complicato. «Stiamo in acqua a temperature vicine allo zero anche sette o otto ore di seguito. Le mute sono riscaldate con acqua calda pompata dalla barca. Ma alla fine della giornata arrivi esausto», spiega Zakharia. I guadagni dipendono da fortuna, licenze e capacità di lavorare in libertà. Tra tasse, spese e affitti ognuno di noi ha guadagnato circa 10.000 dollari netti in due mesi. Abbiamo ricavato quasi un chilo d’oro», dice, riferendosi a un risultato modesto ma significativo per chi vive in un’area dove la vita è dura.

La ricerca dell’oro nel Mare di Bering non è nuova: un ventennio fa un gruppo di illusi intraprendenti tentò di immergersi più in profondità, ma l’esperienza finì in un disastro. Oggi, Zakharia Bloom e i suoi compagni si affrontano con la stessa determinazione, ma anche con la consapevolezza di vivere un’epoca in cui la fortuna è rara e le sfide sono sempre più grandi.

A Nome, la città che ha visto nascere la «Febbre dell’Oro» nel XIX secolo, le memorie di quel periodo sono ancora vive. «In pochi mesi le sparse capanne di Inuit locali vennero invase da oltre 20.000 pionieri, che ai primi del Novecento erano diventati circa 60.000», racconta il sindaco. Allora si costruirono banche, saloon, case da gioco e strade, ma la delusione arrivò con la tempesta e i fallimenti. L’entusiasmo della ricchezza facile e veloce si arenò nella delusione dei fallimenti.

Qui a Point Hope le memorie recenti di questi incontri sono già immelanconite dal tempo grigio, dai venti da nord che bloccano la via verso il Passaggio di Nord-Ovest. Dalla nostra barca vediamo sulla spiaggia scura i resti delle ossa dei cetacei, i locali le utilizzano anche per fare i recinti delle loro case. Nessuno esce dal perimetro del villaggio senza il fucile, gli orsi bianchi si muovono lungo le coste. Noi comunque non possiamo attraccare, la spiaggia è ripida, ci sono forti correnti, l’onda lunga rende complicato ogni approdo.