Il dollaro si rafforza ma il deficit limita il suo recupero

Il dollaro si rafforza a causa di fattori geopolitici, ma il deficit e le politiche monetarie frenano il suo recupero a lungo termine.

Il dollaro si rafforza a causa di fattori geopolitici, ma il deficit e le politiche monetarie frenano il suo recupero a lungo termine
Il dollaro si rafforza a causa di fattori geopolitici, ma il deficit e le politiche monetarie frenano il suo recupero a lungo termine

Il dollaro si rafforza ma il deficit limita il suo recupero

Il dollaro si rafforza in seguito a una combinazione di fattori geopolitici e economici, ma il deficit e le politiche monetarie limitano il suo recupero a lungo termine. La guerra in Medio Oriente, i dazi e lo shock petrolifero hanno sostenuto la ripresa del biglietto verde, ma i grandi istituti prevedono un ulteriore indebolimento graduale del 3-5% su base annua. Il dollaro, pur in fase di rialzo, non sembra destinato a un trend direzionale marcato, ma a un equilibrio tra forze contrapposte.

La guerra e i dazi hanno sostenuto il dollaro

La guerra in Medio Oriente e i dazi hanno contribuito al rafforzamento del dollaro, in particolare nei confronti delle economie importatrici di energia. Secondo Filippo Diodovich, strategist di IG Italia, il ritorno del rischio geopolitico ha riattivato il ruolo della divisa americana come bene rifugio. Inoltre, gli Stati Uniti, esportatori netti di energia, beneficiano di un contesto di prezzi elevati di petrolio e gas, che li pongono in posizione favorevole rispetto all’Europa e all’Asia. Tuttavia, il rialzo del dollaro non è solo un fenomeno tecnico, ma è sostenuto da fondamentali di lungo periodo, come la resilienza dell’economia statunitense e i differenziali di crescita e tasso.

Le pressioni strutturali frenano il recupero

Nonostante il rialzo del dollaro, i fattori strutturali come il deficit e la posizione esterna degli Stati Uniti suggeriscono una moderata pressione al ribasso. Il differenziale dei tassi d’interesse, che ha reso il dollaro particolarmente attraente, sta perdendo terreno. La Fed è attesa a diversi tagli nel 2026, mentre la BCE dovrebbe mantenere i tassi invariati, riducendo il gap che aveva sostenuto la valuta americana. Inoltre, molti investitori internazionali che detenevano asset USA senza copertura valutaria stanno aumentando il proprio hedging in dollari, generando vendite strutturali di valuta americana che esercitano una pressione costante sul cambio.

Il dollaro è sopravvalutato rispetto ai fondamentali

Secondo RBC Global Asset Management, il dollaro risulta ancora sopravvalutato di circa il 15% rispetto ai fondamentali in termini di parità di potere d’acquisto. Un divario che non si chiude rapidamente, ma che rappresenta un freno strutturale a qualsiasi apprezzamento significativo. I grandi istituti non prefigurano un crollo del dollaro, ma un ulteriore indebolimento graduale del 3-5% su base annua. TD Economics stima un calo del 3% sul cambio ponderato, mentre MUFG si spinge fino al 5% sul DXY, ipotizzando tagli Fed più aggressivi di quanto prezzato dai mercati.

Un equilibrio tra forze contrapposte

Eric Winograd, Senior US economist di AllianceBernstein, afferma che il dollaro appare in una fase di equilibrio tra forze contrapposte, più che all’inizio di un trend direzionale marcato. Nel medio periodo, l’andamento sarà caratterizzato più da volatilità che da una direzione chiara, con le forze che oggi sostengono il dollaro che potrebbero alternarsi o attenuarsi, impedendo movimenti prolungati in una sola direzione. Nel lungo termine, invece, i fattori strutturali – in particolare i deficit e la posizione esterna degli Stati Uniti – suggeriscono una moderata pressione al ribasso. Il dollaro non sta diventando forte, sta solo smettendo di essere debole, secondo Gabriel Debach, market analyst di eToro. L’euro aveva messo a segno un rialzo molto pulito nel 2025, arrivando a guadagnare oltre il 13% dai minimi e toccando area 1.20 all’inizio del 2026. Poi è cambiato il contesto. Con l’escalation della guerra in Medio Oriente, il mercato ha riscoperto una verità che ciclicamente dimentica: il dollaro non è solo una valuta, è un’assicurazione. E quando il premio al rischio sale e i prezzi del petrolio schizzano, quella assicurazione torna a essere comprata.

Nonostante questo, ridurre tutto a un semplice flight-to-quality sarebbe riduttivo. I fondamentali strutturali, come il differenziale dei tassi, la crescita e l’energia, giocano un ruolo cruciale. Il carry su Eur/Usd resta negativo, e questo significa che detenere euro contro dollaro è strutturalmente penalizzante. La crescita negli Stati Uniti resta sopra il 2%, mentre l’Eurozona fatica a superare l’1%, mostrando una divergenza nella qualità della crescita. Con il petrolio in rialzo, gli USA sono relativamente protetti, l’Europa no. Questo si riflette immediatamente su inflazione, bilancia commerciale e aspettative.

Per invertire davvero il trend servirebbero tre condizioni: una Fed sensibilmente più accomodante del previsto, un’