Istat: retribuzioni non seguono l’inflazione, quasi 4 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo
Istat segnala un rallentamento delle retribuzioni rispetto all’inflazione, con quasi 4 milioni di dipendenti in attesa di rinnovo dei contratti.

L’Istat ha reso noto che nel periodo gennaio-giugno 2026 la retribuzione oraria media è cresciuta del 2,6% rispetto al 2025, mentre l’inflazione si attesta al 3%. Questo segnala un cambio di rotta rispetto ai dieci trimestri precedenti, in cui la crescita delle retribuzioni aveva superato quella dell’inflazione. La situazione ha suscitato preoccupazioni, soprattutto per chi vive in condizioni di maggiore bisogno, come sottolineato da un report della Cgil. Secondo i dati, quasi 4 milioni di dipendenti sono in attesa di rinnovo del contratto, con un numero in crescita nel settore privato e una riduzione significativa nella pubblica amministrazione.
Disuguaglianze nella spesa sociale e inadeguatezza delle risorse
Il report della Cgil sottolinea come la spesa per i servizi sociali e socio-educativi da parte dei comuni è cresciuta a 8,9 miliardi di euro nel 2022. Tuttavia, il 50% di questa spesa proviene da risorse proprie dei comuni, con diseguaglianze territoriali evidenti. Ad esempio, nella provincia di Bolzano la spesa media per abitante è di 607 euro, mentre in quella di Vibo Valentia si riduce a 18 euro. Daniela Barbaresi, segretaria confederale della Cgil, ha espresso preoccupazione per questa situazione, sottolineando come il principio di uguaglianza sostanziale enunciato nella Costituzione non sia rispettato.
Contratti scaduti e ritardi nella contrattazione
Nel secondo trimestre del 2026 sono stati recepiti sei nuovi contratti, tra cui uno nel settore agricolo, uno in quello industriale e quattro nei servizi privati. Tuttavia, il numero di contratti in attesa di rinnovo è rimasto elevato: 25 contratti, che coinvolgono 3,9 milioni di dipendenti. Di questi, meno di un terzo appartiene al settore privato, mentre il resto riguarda la pubblica amministrazione, dove tutti i contratti sono scaduti. Il tempo medio di attesa per il rinnovo si è ridotto da 24,9 a 17,9 mesi, ma la situazione resta critica, soprattutto per chi ha bisogno di un lavoro stabile e retribuito adeguatamente.

Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale consumatori, ha dichiarato che “ora si torna alla dura realtà e al fatto che gli stipendi non sono mai stati adeguati al costo della vita”. Questo scenario mette in luce una contraddizione tra le politiche di contrattazione e la realtà dei lavoratori, che si trovano a dover affrontare un aumento dei prezzi senza un adeguamento retributivo.
Un sistema inadeguato e una richiesta di intervento
La Cgil ha chiesto un intervento nazionale e territoriale per migliorare la situazione. A livello nazionale, si richiede un finanziamento tempestivo e strutturale dei Fondi nazionali, mentre a livello locale si auspica una contrattazione sociale più forte e una maggiore attenzione ai bisogni delle persone. La segretaria confederale ha sottolineato che “determinare nominalmente i LEPS senza stanziare risorse adeguate è un esercizio di ipocrisia istituzionale”. La richiesta di intervento si estende anche al settore privato, dove la crescita delle retribuzioni è in rallentamento rispetto all’inflazione.
