Taring Padi presenta a Venezia una “contromostra” di resistenza e solidarietà
A Venezia, il collettivo indonesiano Taring Padi presenta una mostra di resistenza e solidarietà, in dialogo con movimenti globali.

A Venezia, il collettivo indonesiano Taring Padi ha presentato una “contromostra” che si colloca in dialogo con le lotte globali per la giustizia e la libertà. L’opera, realizzata in collaborazione con lo spazio sociale Morion, è un grande banner che rappresenta due draghi, simbolo della forza collettiva, e un corteo di attivisti da tutto il mondo. La scritta in basso, «Abolish fascism, organise autonomy», e i cartelli con gli slogan «Ice out», «No to the genocide pavillion at the Biennale», esprimono una critica alle istituzioni culturali e politiche.
Un lavoro che unisce arte e lotta politica
«Noi facciamo da sempre un lavoro su due versanti paralleli», spiega Marco Baravalle, curatore di Sale Docks, «quello dell’organizzazione delle lotte dei lavoratori dell’arte e quello della nostra progettualità curatoriale». Questo approccio si riflette nella mostra, che include opere realizzate in collaborazione con artisti e movimenti da tutto il mondo. Tra i progetti, un banner nato in Brasile con il Movimento Sem Terra e la Casa do Povo, e un’opera sulla solidarietà tra comunità creata in dialogo con artisti aborigeni australiani. La produzione del murale è un momento partecipativo, aperto a tutti.
Un passato controverso e una visione radicale
Il collettivo Taring Padi, nato nel 1998 dopo la caduta del dittatore Suharto, ha una storia legata alla resistenza e alla critica delle istituzioni. Nel 2022, un’opera esposta alla Documenta è stata accusata di antisemitismo, suscitando reazioni forti, tra cui quelle dell’allora ministra della Cultura Claudia Roth e delle organizzazioni. L’opera, intitolata «People’s Justice», raffigurava un personaggio ebreo ortodosco con il simbolo delle SS e un membro del Mossad con il muso di un maiale. Il collettivo si è scusato per il dolore arrecato. La mostra è realizzata in stretto dialogo con lo spazio sociale.
La mostra, che si svolge a Venezia, è un esempio concreto di come l’arte possa diventare un strumento di resistenza e di dialogo tra culture. Il lavoro di Taring Padi, che si basa su una profonda interazione con movimenti e associazioni, rappresenta un’arte che non si limita a esibire, ma si costruisce con il popolo. La mostra è realizzata da Sale Docks insieme all’Institute of radical imagination, in contrapposizione a un certo modo di intendere l’arte espresso anche dalla Biennale, criticata per aver incluso le opere degli artisti israeliani.
«Noi abbiamo pensato che ci fosse bisogno di una forza artistica e culturale per portare avanti lo spirito di queste lotte», racconta Alexander Supartono, uno dei membri fondatori del collettivo. «La produzione del murale è un momento partecipativo, aperto a tutti, chiunque poteva venire e disegnare delle parti o colorare». Questo approccio si riflette in una grande catena umana che unisce le battaglie degli attivisti veneziani con quelle globali, come quelle degli zapatisti, del popolo curdo e della Palestina. La mostra è un dialogo tra culture e resistenze.
«Ci troviamo in un momento di forte crisi delle istituzioni artistiche», dice Baravalle, «e per questo crediamo che ci sia bisogno di spazi artistici che vengano costruiti attraverso altre dinamiche, il più possibile indipendenti da questo sistema». La mostra, che si svolge a Venezia, è un esempio concreto di come l’arte possa diventare un strumento di resistenza e di dialogo tra culture. Un’arte che, come dice un’artista, «è lo specchio liquido del mondo».
