I dazi di Trump proteggono l’arte, ma il mercato ha già subito danni
Il mercato dell’arte si sente l’effetto dei dazi di Trump, ma non è più esposto ai nuovi dazi. L’incertezza ha già influito sulle gallerie e sulle fiere internazionali.

Il mercato internazionale dell’arte ha trovato un certo sollievo dopo mesi di incertezza causata dai dazi imposti dall’amministrazione di Donald Trump. Le opere d’arte, gli oggetti d’antiquariato e gran parte dei beni da collezione sono stati esclusi dai nuovi dazi del 10% e del 12,5% introdotti sulle importazioni da partner commerciali degli Stati Uniti. L’esenzione, formalizzata il 23 luglio, riduce il rischio di un brusco aumento dei costi per gallerie, antiquari, case d’asta e collezionisti americani. Tuttavia, l’incertezza normativa ha già influito sul settore, con conseguenze economiche e logistici che si fanno sentire.
Un settore protetto, ma non immune
Le opere d’arte non rispondono a una logica di sovrapproduzione e difficilmente possono essere sostituite da equivalenti americani. La loro provenienza geografica, storica e culturale costituisce parte integrante del loro valore. L’esenzione concessa all’arte riconosce implicitamente questa differenza, ma non isola completamente il settore dalle conseguenze della guerra commerciale. L’instabilità delle regole rischia di diventare una barriera meno visibile ma non meno efficace delle tariffe stesse. Il mercato dell’arte si fonda su una mobilità che non riguarda soltanto le merci, ma anche il credito, le assicurazioni e la fiducia. L’opera può attraversare più Paesi prima di arrivare al compratore: viene consegnata a una fiera, trasferita in un deposito doganale, spedita per una visione privata e infine venduta o riportata nel Paese d’origine. Ogni incertezza sulla classificazione, sul valore imponibile o sul regime applicabile rende più costoso l’intero processo.
Il Canada e i dazi del 50%
La principale eccezione riguarda il Canada, dove i dazi del 50% sono stati applicati su un’ampia gamma di prodotti, tra cui opere d’arte, oggetti d’antiquariato, antichità, francobolli e monete. Queste misure, adottate attraverso la Section 338 del Tariff Act del 1930, hanno reso economicamente insostenibile per molte gallerie canadesi la partecipazione a fiere internazionali come Art Basel Miami Beach o Frieze New York. Un’opera dichiarata in dogana per 100mila dollari potrebbe generare un costo aggiuntivo di 50mila dollari, prima ancora delle spese di trasporto, assicurazione e allestimento.
Le gallerie di medie e piccole dimensioni, che non dispongono della liquidità necessaria per assorbire o anticipare costi doganali così elevati, rischiano di essere escluse dagli appuntamenti statunitensi. Le grandi case d’asta e le gallerie internazionali possono spostare le opere tra sedi, depositi e società collegate, riorganizzando le transazioni in funzione del nuovo quadro. Gli operatori più piccoli, invece, hanno margini molto più ridotti e non possono permettersi tali spostamenti.
La politica tariffaria ha già influenzato i comportamenti degli operatori, spingendoli a comprare più vicino, a ridurre le trasferte e a valutare con maggiore cautela le partecipazioni fieristiche. Nel breve periodo, il mercato statunitense potrebbe assistere a una maggiore valorizzazione delle opere già presenti nel Paese, soprattutto nei settori dell’antiquariato e delle arti decorative. Una minore disponibilità di materiali europei o asiatici potrebbe sostenere i prezzi degli oggetti conservati nei depositi americani.
Le conseguenze riguardano anche le fiere. Eventi come Art Basel Miami Beach, Frieze New York, The Armory Show e le rassegne dedicate all’antiquariato dipendono dalla capacità delle gallerie internazionali di trasportare rapidamente opere attraverso le frontiere. Anche soltanto il dubbio sull’eventuale applicazione di un dazio può indurre un espositore a selezionare opere meno costose, a ridurre il numero dei lavori presentati o a rinunciare del tutto alla partecipazione.
