Inflazione al 3%, stipendi fermi al 2,5%: il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce

Inflazione al 3% e stipendi fermi al 2,5%: il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce.

Lavoratori e imprese confrontano la situazione economica con dati di inflazione e crescita in calo
Lavoratori e imprese confrontano la situazione economica con dati di inflazione e crescita in calo

L’inflazione continua a crescere, mentre gli stipendi restano fermi: il potere d’acquisto dei lavoratori si riduce, con aumenti salariali al 2,5% contro un’inflazione al 3%. La situazione si fa sempre più preoccupante, con un differenziale che interrompe il recupero del potere d’acquisto eroso nel 2022-2023. La Banca d’Italia ha recentemente descritto un rallentamento dei consumi e degli investimenti, stimando una crescita economica per il 2026 tra lo 0,5 e lo 0,6 per cento, frenata dal rincaro dell’energia e dall’incertezza geopolitica.

La crescita si ferma, i salari non seguono. Secondo Bloomberg, la crescita del Pil italiano nel secondo trimestre del 2026 è stata del +0,1%, in calo di 0,6 punti su base annua. I dati sul fatturato raccontano una economia a due velocità: mentre l’industria ha registrato un aumento del 2,3 per cento in valore, il volume è sceso dello 0,7. La spinta principale proviene dai mercati esteri, mentre la domanda interna rimane debole. La situazione si complica ulteriormente con il calo dei prezzi dei carburanti, che ha visto il diesel ridursi di 17 centesimi fino al 6 agosto.

Un confronto tra sindacati e imprese

Il dibattito sul salario minimo e la contrattazione si fa sempre più acceso. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sostiene il salario minimo per legge, mentre il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, preferisce affidare le soglie alla contrattazione. I due hanno trovato terreni comuni sulla necessità di aumentare i salari, accelerare sulle rinnovabili e fermare i contratti pirata. Tuttavia, le divergenze si fanno sentire soprattutto sul ruolo della legge e della contrattazione nel determinare i salari. Le parti condividono la diagnosi, ma non l’intesa. Il primo confronto tra Confindustria, Cgil, Cisl, Uil e quattordici associazioni datoriali è stato interlocutorio, ma non rituale. Sono state fissate sette riunioni a settembre per cercare un nuovo accordo quadro su contrattazione e rappresentanza. Sul tavolo ci sono il contrasto ai contratti pirata, il rafforzamento della contrattazione, la partecipazione e nuove regole per misurare la rappresentatività. Il calendario, però, non è ancora un’intesa.

Un’agenda politica in bilico

Le parti condividono la diagnosi sull’urgenza salariale e industriale, ma devono decidere chi paga il recupero delle retribuzioni, quanto spazio assegnare ai contratti nazionali e a quelli aziendali, e come legare produttività e aumenti. La distanza emersa nell’incontro tra Schlein e Orsini si riflette in divergenze su come distribuire costi e benefici della ripartenza. Il Pd considera l’Ets un strumento irrinunciabile della transizione, mentre Confindustria lo vede come un costo che indebolisce acciaio e manifattura.

Nonostante le tensioni, il dialogo tra imprese e sindacati rimane utile, ma non basta a costruire una piattaforma comune. Orsini difende una propria agenda: energia meno cara, semplificazioni, investimenti, Ilva, Zes, Europa. Schlein, invece, cerca di allargare il profilo economico del Pd in vista della coalizione. A unirli è la consapevolezza che l’Italia non può restare inchiodata allo zero virgola. A separarli è la risposta alla domanda decisiva: come distribuire costi e benefici della ripartenza.